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sabato 7 novembre 2015
domenica 3 agosto 2014
Si mise a camminare con loro
Ciao e benvenuto/a sul mio sito o
blog. Eccomi qui alle prese con la mia terza riflessione che, non ti nascondo,
non so proprio come cominciare. Chiudo gli occhi, mi rilasso e…eccola l’idea!
Inizierò con una favoletta che ho sentito in televisione molti anni fa quando
ero ancora un ragazzo. Ne è passato del
tempo. Certo che… molti anni fa…ragazzo…caspita, sono proprio vecchio. Proprio
domani mi dovrò recare in Comune per ritirare la mia nuova carta d’identità e
prima di uscire dall’Ufficio Anagrafe, darò un’occhiata al nome...non vorrei
che per sbaglio avessero scritto Matusalemme…..Ah, ah, ah…buona questa
eh?...No?!...Beh, c’ho provato.
Allora? Siamo pronti caro/a
amico/a? Hai messo tutto nello zaino? La torcia, la bussola, i fazzoletti di
carta,… Bene, gambe in spalla e via, più veloci della luce!
Una notte, ho fatto un sogno. Ho
sognato che mi ero perso in un bosco e non trovavo più la strada per tornare a
casa. Era buio e avevo tanta, tanta paura…..mi sentivo in pericolo….ero solo.
Ho provato a gridare aiuto; nessuna risposta. Ero proprio disperato e non
sapevo cos’altro fare, quando, all’improvviso, ho visto venirmi incontro una
sagoma umana, doveva trattarsi d’una donna. Ho puntato verso di lei il fascio
di luce della torcia e…era una ragazza…era bellissima. Mi sono avvicinato tutto
contento ma la mia gioia è durata poco; ho fato una terribile scoperta:
guardandola bene, quella ragazza…quella splendida creatura…era cieca! Non
sapevo cosa dire. Lei, col suo bel sorriso, ha preso la parola e mi ha detto:
“Non aver paura, ci sono io con te. Ti porterò fuori io da questo posto.”
Incredulo, le ho detto: “E come puoi farlo tu che sei cieca?” Ma lei, sempre col suo bel sorriso, mi ha teso
la sua mano delicata e mi ha detto:
“Vieni”. Io ho messo la mia mano nella sua e a quel contatto la tristezza è
scappata via dal mio cuore perché, proprio in quel momento, ho capito tutto.
Quella ragazza…quella bella ragazza…era la Fede.
Ok, ci siamo. L’argomento Fede
farà da trampolino di lancio per il vero argomento di questa mia riflessione
che non ti anticipo per fartelo scoprire a poco a poco. Il titolo, “Si mise a
camminare con loro”, è tratto dal racconto evangelico dei discepoli di Emmaus
che, stanchi e delusi per la morte di Gesù, vi stavano facendo ritorno. La
strada da Gerusalemme a Emmaus è diventata la strada dell’amarezza, della
delusione, della sfiducia. Proprio su questa strada chi incontrano? Guarda un
po’! Lui, Gesù in persona. Ma i due non l’hanno riconosciuto….Perchè? Credo che
le risposte possano essere diverse e magari un po’ tutte con un fondo di
verità. Posso dire la mia? Secondo me, perché, come loro stessi affermano,
avevano nel cuore e nella mente un tipo di Messia diverso da come invece era
Gesù. Avevano fede in un Gesù liberatore dal giogo dei Romani che, in quel
tempo, la facevano da padroni. Ora che è
morto…stop…è stato bello sognare…ognuno a casa sua….non era Lui il Messia. Ma Gesù interviene e si mette a camminare con
loro in tutti i sensi. Spiega loro i punti della sacra Scrittura che lo
riguardano donando ai due, di parola in parola, l’esatta idea del Messia. Il
loro cuore, che ardeva mentre Gesù parlava, li renderà capaci di riconoscerlo
poco più tardi quando, alla locanda, ha spezzato il pane insieme con loro.
Ora vorrei richiamare la tua
attenzione sull’idea sbagliata che avevano i nostri due amici circa Gesù. Anche
oggi, come allora e come penso in tutti i tempi, c’è il rischio di crescere con
una conoscenza non proprio esatta di Gesù e, quindi, di Dio. Voglio raccontarti
un fatto realmente accaduto tempo fa in
una classe delle scuole medie. Lo ha raccontato in un’omelia un
sacerdote, insegnante di religione, che aveva in classe un alunno il quale
aveva scelto di essere esonerato da
questa “materia”. Il sacerdote non ha tardato ad accorgersi che, dietro
l’apparente distrazione di questo ragazzo mentre lui spiegava, si nascondeva un
profondo interesse. Un giorno, quando stava parlando della infinita
misericordia di Dio per noi, quel
ragazzo si mette a piangere. L’attenzione di tutti è su di lui. L’insegnante
gli chiede il motivo e lui, alzando lo sguardo dice testuali parole: “Ma allora
Dio è buono…Dio non è come me l’hanno presentato”. Eh sì, purtroppo, c’è il
grande rischio di attribuire a Dio ciò che non gli appartiene; come è successo
a chi ha presentato Dio a quel ragazzo. Mi vengono in mente alcune cose a
riguardo che mi hanno aiutato a purificare un po’ l’immagine che avevo di Dio. Non
so se ti potranno in qualche modo servire; ma sono comunque contento, in questa
occasione, di condividerle con te.
La prima vede protagonista il
cosiddetto “castigo di Dio”. Purtroppo c’è chi pensa che se uno pecca, presto o
tardi, il Signore gliela fa pagare.
Niente di più falso! Dio non ci castiga perché, prima di tutto, non è affatto
vendicativo e poi perché non ci vede mai come dei peccatori recidivi ma sempre
e comunque come dei figli e dei potenziali santi. Il Suo sguardo, nei nostri
confronti, non è mai di giudizio; ma di amore infinito che va oltre ogni nostra
mancanza, ogni nostro limite. Pertanto, scusa se mi ripeto ma mi piace
ribadirlo, quello che alcune persone chiamiamo castigo è la diretta conseguenza
di una forma di peccato e non una sorta di punizione da parte Sua.
La seconda pone l’accento sulla
cosiddetta “ira di Dio”. Se penso a quante volte da ragazzo sentivo questa
espressione mi vengono i brividi. Come può Dio, amore infinito, cadere vittima
di un brutto sentimento qual è appunto l’ira? Quindi, posto questo, l’ira di
Dio non va intesa come un sentimento ma come una distanza che intercorre tra
Lui e una determinata forma grave di peccato come ad esempio la pedofilia. Una
cosa: ti sarai sicuramente accorto/a che non uso mai la parola plurale peccati
Esiste un solo peccato, chiamato in linguaggio prettamente tecnico peccato del
mondo, che consiste in uno stile di vita che fa a meno di Dio. Questo stile si
concretizza in diversi modi che sono appunto ciò che noi chiamiamo col termine
plurale “peccati”.
E che dire dell’inferno? Ecco la
terza ed ultima cosa. Quand’ero ancora un bambino, qualche anno fa…Oh!
pardon!…parecchi anni fa, mi è stato insegnato che, alla fine del mondo, Dio
accoglierà in paradiso i buoni e manderà all’inferno i cattivi. Ti confesso che con questa immagine di Dio, a
mio avviso gravemente distorta, sono
arrivato fino all’età adulta. Finalmente
un giorno, mentre conducevo uno studio su varie tematiche di fede, mi sono
imbattuto in tale argomento e gli autori che lo trattavano mi hanno aiutato a
capire che l’inferno non è una condanna da parte di Dio ma una libera scelta dell’uomo
che decide di vivere lontano da Lui. Ricordo d’aver letto che, alla fine dei
nostri giorni, la morte non avrà alcun potere su di noi se non quello di
gettarci fra le braccia di Gesù. Calma…non è finita. In quell’occasione Gesù
andrà a presentarsi a quell’essere innocente che c’è nel profondo del nostro
cuore; a quel punto, si domandava l’autore, chi è quel pazzo che di fronte alla
propria salvezza decide di rifiutarla. Dai, su, facciamo l’ultimo passo…l’inferno
c’è ma non sappiamo se, oltre al padrone di casa, il diavolo, ci sia qualcun
altro. Io sento nel mio cuore che, alla luce di quel poco che sono riuscito a
capire nei miei studi in materia di fede, l’inferno c’è ma, a parte il diavolo, è
vuoto!!! In questo momento, mentre ho appena detto quest’ultima cosa, ogni
pensiero è completamente sparito dalla mia mente per fare posto a lei…la
parabola del padre misericordioso che racchiude in se tutta l’opera di salvezza
da parte di Dio nei confronti di ogni essere umano…anche di me, anche di te che
mi stai dedicando una manciata di minuti del tuo prezioso tempo per leggere
questa mia riflessione.
Sto pensando a qualcosa di
spiritoso da dirti per stemperare un po’ la tua concentra-zione ma per tua
fortuna non mi viene in mente niente…ti ho risparmiato una freddura. Allora non
mi resta che proseguire e lo faccio accendendo i riflettori su cosa fanno i
nostri due amici di Emmaus mentre Gesù parla loro. Pensano alla Formula Uno con
la Ferrari in testa? No, non perché a quei tempi e in quei luoghi non esisteva ma perché i due stano facendo una cosa di gran
lunga più importante: stanno ascoltando Gesù con attenzione. Ecco la prima
parola magica di questa mia riflessione: ASCOLTARE. Gesù parla anche a noi oggi
e lo fa nella santa Messa, nella catechesi oppure mentre leggiamo qualcosa in
materia di fede. Ci parla anche attraverso le persone che incontriamo, le varie
situazioni che viviamo. Una cosa è certa: Lui non perde occasione per parlarci
e se anche noi vogliamo parlare con Lui ecco che scatta la preghiera che ci
mette in comunicazione. Qualche anno fa, mi è capitato di leggere una cosa che
mi ha fatto riflettere non poco a proposito dell’ascolto di Dio da parte nostra. Non ti dico niente per non
toglierti l’elemento sorpresa ma ti invito a leggerla; la trovi in fondo a
questa pagina del sito con la possibilità di scaricarla. Si intitola: “Perché
ti voglio bene”.
Che dici, andiamo ancora a curiosare
cosa stanno facendo i nostri due di Emmaus? Dal racconto si evince che, oltre
ad ascoltare, essi fanno scendere nel profondo del cuore le parole di Gesù. Sì,
le stanno proprio meditando. Ed ecco la seconda parolina: MEDITARE cioè
accogliere la Sua Parola come un tesoro di inestimabile valore. Oggi è
difficile, ma non impossibile, meditare; ci sono sempre tante cose da fare che
la società moderna ci impone. Io per primo devo ancora imparare a ritagliarmi degli spazi sufficienti per fare in modo che
la Sua Parola metta le radici nel mio cuore, quindi, che questo Suo dono
prezioso non cada nel vuoto.
Adesso ci prepariamo a scoprire
la terza parolina magica. Lo facciamo impegnando non solo l’attenzione della
mente ma anche, e direi soprattutto, quella del cuore per comprendere e
apprezzare, in tutta la Sua profondità, il gesto che compie ora Gesù alla
locanda in presenza dei nostri due amici: spezza il Pane…il Pane dell’Eucarestia.
Con questo gesto, Egli si consegna a noi quale nutrimento al fine di
condividere con noi la Sua e la nostra vita. In tal modo la Fonte inesauribile
dell’Amore autentico, così mi piace chiamare Gesù ogni tanto, ci aiuta non solo
ad ascoltare e a meditare la Sua vivificante Parola ma anche a viverla con
coraggio nel nostro quotidiano.
Sapessi quanto devo ancora
lavorare su me stesso a riguardo di quest’ ultimo punto e a tale proposito ti
chiedo una preghiera.
Concludo ringraziandoti per
avermi letto; è come esserci incontrati anche se per pochi minuti. Lo considero
un tuo regalo.
Ecco, siamo giunti al termine di
questa mia riflessione e, come al solito, fra poco, quando le mie mani si
ritireranno dalla tastiera, il mio cuore pregherà per te. Chiederà al Signore
di donarti, se già non l’hai, la gioia di ascoltare, meditare e vivere la Sua
parola in ogni momento della tua vita. Questo ti aiuterà a diventare sempre più
un dono prezioso, quale già sei, per
tutti coloro che hanno la fortuna di averti vicino.
Ciao.
Tuo
affezionatissimo
Tanino
Venerdì 1 agosto 2014
sabato 19 luglio 2014
E si è fatto uomo
Ciao caro/a amico/a, se è la prima volta che
visiti il mio sito o blog…benvenuto/a. Come dicevo nel mio precedente post dal
titolo “La grande motivazione”, ho deciso di scrivere la mia esperienza di vita
in riferimento alla mia fede ed ora, tu e io, cammineremo insieme per una
manciata di minuti…giusto il tempo di arrivare in fondo a questa mia riflessione
che, mi auguro, ti possa in qualche modo giovare. Pronti? Via! Avanti tutta e
velocità di crociera!
Parecchi anni fa, dopo aver recitato il credo
durante una S. Messa, ho pensato questo: “Se mai un giorno dovessi scrivere un
libro in materia di Fede, lo dedicherò a Gesù e lo intitolerò << E si è
fatto uomo>>”. Bene, quel giorno è arrivato: c’è la voglia di comporre,
c’è il titolo….manca il libro che, conscio dei miei limiti, non ho alcuna
intenzione di scrivere cimentandomi in qualcosa di notevolmente superiore alle
mie capacità.
Entro subito nel vivo dicendoti che vedrò, in
questa mia riflessione, di considerare le varie situazioni della mia vita nelle
quali ho sentito la viva presenza di Gesù accanto a me e questo lo considero un
tesoro da condividere!
Parto con una domanda: Cosa temiamo di più noi
esseri umani? Direi proprio la morte….beh, ciao; è stato un piacere; arrivederci
a un’altra volta…Cosa? Non vuoi mollare di leggermi?! Anche se sto trattando un
argomento scabroso? Allora, posso continuare e lo faccio iniziando dal motivo
per il quale ho definito la morte: argomento scabroso. Dimmi, quante volte hai
sentito parlare della morte non dico con gioia, sarebbe da pazzi, ma
semplicemente con serenità e considerandola parte integrante della vita?
Diciamola com’è, non siamo attrezzati a parlarne o a sentirne parlare;
preferiamo cambiare canale o evitare la questione magari ricorrendo alla frase
di questo tipo: “Basta parlare di cose brutte; è già dura la vita….parliamo di
cose belle”. Così facendo, perdiamo un’occasione di crescita. Nel profondo del
nostro cuore, albergano il desiderio di vivere e le sane aspirazioni da
concretizzare per cui la morte è, di fatto, del tutto indesiderata e nemmeno la
vorremmo nei nostri discorsi. Gesù lo sa! anche in questo è stato solidale con
noi condividendo questa dolorosa esperienza. Non so se sei d’accordo con me se
affermo che quando una persona a noi cara “passa a miglior vita”, una parte di
noi la segue. Per me è stato così. Mia mamma…mio papà…i nonni…gli zii…fino a …
mio figlio. Ecco, è proprio di questa ultima “visita” di sorella morte che ti
voglio far parte. Il piccolo Emanuele, così si sarebbe chiamato se fosse nato,
era al terzo mese e mezzo di gestazione. Ricordo tutto: la corsa in ospedale, il
verdetto e la mia richiesta di avere il corpo per tumularlo nella tomba di
famiglia insieme ai miei cari. A termini di legge, ho dovuto interessare il mio
amico Daniele, titolare di un’impresa di pompe funebri. Tutto era
drammaticamente pronto per il trasporto al cimitero. Daniele, leggendo il mo
volto e guardando come tenevo stretta quella piccola “urna” di zinco mi ha
chiesto se volevo tenerlo in macchina con me e trasportarlo io fino al cimitero.
Così è stato. In macchina eravamo solo noi due e ricordo che, ad un certo punto,
con le lacrime agli occhi, mi sono rivolto a lui con queste parole. “ Fra pochi
mesi ti avrei portato al mare, invece adesso ti sto portando al cimitero”. Ero
triste ma dopo pochi minuti…al varco, …come ad ogni varco della mia vita,…mi
stava aspettando lei….la fede che mi ha fatto continuare la frase così: …”Ma so
che sei in braccio a Gesù”. Le lacrime continuavano a scendere ma ora su un
volto sorridente. Incredibile! Come ho potuto piangere col volto sorridente….E’
stato Lui….Gesù che, anche in quel momento, non mi ha lasciato solo, come non ha
lasciato soli mia moglie e gli altri miei figli.
Moglie? Figli? Si, sono felicemente sposato con
figli. Tanto per non smentirmi, Maria, così si chiama mia moglie, l’ho
conosciuta in chiesa….E te pareva!?. L’anno dopo, nella stessa chiesa, il
matrimonio. Wow! Che gioia! A questo punto tu, caro/a amico/a, potresti pensare
“Voglio vedere se adesso, caro Tanino, mi tiri in ballo Gesù e in che modo”.
Ebbene sì, Gesù era presente. Ricordi dove ha compiuto il Suo primo miracolo?
Alle nozze di Cana. Già, era ad un matrimonio, a quel matrimonio che per me
rappresenta tutti i matrimoni del mondo. Ricordo d’aver letto, tempo fa, questa
frase: “Dove l’umano si realizza, il Divino è presente”. Non so chi è l’autore;
so solo che mi è piaciuta a tal punto che non l’ho dimenticata. Siccome credo
fermamente alla presenza viva di Gesù anche nel mio matrimonio, mi è
particolarmente piaciuta una foto scattata dal fotografo durante la cerimonia
perché sullo sfondo si vede chiaramente la statua del Sacro Cuore che c’è nella
nostra chiesa. Ebbene, di quella foto, Maria ed io, abbiamo fatto fare
l’ingrandimento e l’abbiamo appeso in camera da letto. La nostra famiglia è ben
lontana da quella che vediamo in TV durante la pubblicità all’insegna del tutto
bello, tutto va bene. I problemi ci sono e la fatica anche. Per non parlare
delle giuste e sacrosante preoccupazioni per le cose da espletare giornalmente.
Non c’è che l’imbarazzo della scelta. Pensare al futuro è proprio di ogni
persona responsabile però bisogna stare attenti a non fare in modo che la troppa
preoccupazione per il domani non ci permetta di vivere in pienezza l’oggi. Penso
che sia proprio questo il messaggio che Gesù abbia voluto lanciare quando ha
detto di non preoccuparsi troppo per il domani e che ogni giorno basta la sua
pena. Queste cose le so da una vita ma certe volte è come se non le sapessi
affatto e in quei momenti ben mi rappresenta l’apostolo Pietro quando si è preso
da Gesù dell’”uomo di poca fede”. E’ il racconto evangelico di Gesù che cammina
sulle acque e invita Pietro a uscire dalla barca per andarGli incontro. Pietro
esce dalla barca ma la sua fede non è totale; così, piano, piano, inizia a
sprofondare nel mare del dubbio; ma proprio mentre si sentiva in pericolo, ecco
la mano di Gesù pronta a salvarlo. Così è anche per me nei momenti di poca fede;
riesco sempre a trovare delle energie inaspettate che null’altro sono che la Sua
provvida Mano. Tempo fa, parlando di questo con un sacerdote gli ho detto: “A
volte la mia fede viene meno e scappo via da Dio”. Sai qual è stata la sua
risposta?: “Fa niente…Lui corre più veloce di te e ti riacchiappa”. O mamma mia!
Stavo parlando del matrimonio e ho un po’ divagato…scusami. Riprendo subito il
filo del discorso dicendoti, caro/a amico/a, che mi è piaciuta anche un’altra
cosa che riguarda il matrimonio. Si tratta di un fatto che vede protagonisti un
Cardinale, di cui non ricordo il nome, e due fidanzati prossimi al “Grande
Passo”, come si diceva tempo fa. E va bene, visto che insisti, te lo racconto:
Un giorno, un Cardinale della Chiesa cattolica ha detto a due fidanzati, che
conosceva molto bene, che il corso prematrimoniale glielo avrebbe tenuto lui in
privato. Figuriamoci l’emozione dei due giovani quando si sono presentati
nell’ufficio del prelato armati di carta e penna pensando a chissà quali e
quante belle cose avrebbero ascoltato. Egli, dopo le solite battute del più e
del meno, esordisce dicendo: “Iniziamo il corso?....Bene!...PERDONATEVI SEMPRE,
PERDONATEVI TUTTO, PERDONATEVI SUBITO. Ecco ragazzi, per voi il corso è finito.
Potete andare”. Non so che faccia abbiano fatto quei due; dico soltanto che il
Cardinale ha centrato il suo intelligente e ricco intervento su uno dei pilastri
della vita cristiana in generale e del matrimonio in particolare…il perdono!
Molti anni fa, quando ero adolescente, amavo leggere la rubrica: “Colloqui col
Padre” del settimanale Famiglia Cristiana. Mi piaceva perché in essa venivano
pubblicate alcune lettere, giunte in redazione, riguardanti diverse situazioni
di vita. A queste faceva seguito la risposta di un sacerdote. Ne ricordo una in
particolare. Era scritta da una donna che ha tradito il marito in un momento di
debolezza. Essa amava il marito e il rimorso si era impadronito di lei…non
viveva più…..sentiva il bisogno di espiare “la colpa”. Una sera, a letto, dopo
lunghi attimi di silenzio disse “ Ti ho tr….” Ma lui le chiuse immediatamente la
bocca con un bacio dicendole: “Lo so, non parliamone più”. Quella donna concluse
la sua lettera dicendo che da quel giorno amava suo marito più di se stessa. Per
me, quell’uomo era un grande; un autentico maestro di vita. Ma anche lei non era
da meno per via del rimorso e della scelta di dire tutto al marito col rischio
di perderlo…di perdere un tipo così. Ti confesso che li ammiro entrambi.
Un altro momento della vita in cui ho fatto, e
faccio tuttora, l’esperienza di sentire Gesù presente è la sofferenza. Anche
Lui l’ha provata e sicuramente non poca. Molte volte questa “signora” porta con
sé sua cugina…la solitudine; ma anche qui Lui è presente. Purtroppo, a volte
dimentico che con me sta soffrendo anche Gesù dando modo alla tristezza di
prendere il sopravvento; segno, secondo me, di un residuo di ribellione alla
sofferenza, alla malattia e a quanto essa comporta. Fortunatamente per me,
questi momenti vengono superati perché se è vero che la tristezza è sempre
pronta a colpire, è altrettanto vero che Gesù non se ne sta bello comodo con “le
mani in mano” Gesù agisce operando comunque una “guarigione”. Sono più che mai
convinto che, nel corso della mia vita, ho ricevuto tanti miracoli, tante
guarigioni senza essermene accorto perché nel mio cuore gli occhi della fede
erano chiusi. Fondamentale per me, in questo caso, è il racconto evangelico dei
Discepoli di Emmaus che, stanchi, delusi e tristi per la morte di Gesù hanno
finito per averlo come compagno di viaggio. Mi piace tanto da far fremere la
mia anima il punto del racconto che dice.”…si mise a camminare con loro”. Unico
questo Dio; vede la nostra tristezza e si mette a camminare con noi per
riportarci alla gioia. Si, scusa caro amico o amica se mi ripeto ma per me è
troppo importante: sulla strada della delusione, dell’amarezza, dei momenti di
chiusura c’è sempre Gesù pronto a camminare con noi e dopo un percorso interiore
che può durare minuti, ore, giorni, mesi o anni … la gioia ritorna a casa
padrona del cuore.
Un’ultima cosa poi concludo. Sento la presenza
viva di Gesù accanto a me anche quando ho modo di svolgere un servizio: una
parola buona, un piacere, un conforto o aiuto morale…quattro chiacchiere in
materia di fede…perché no? Si parla tanto, di tutto, di più ma…di Dio? Scommetto
che se parlassimo più spesso di Dio, saremmo tutti più uniti, più vicini gli uni
agli altri, diventeremmo a poco a poco uomini di pace. Sempre a poco a poco, mai
di fretta, impareremmo anche a nutrirci maggiormente di Lui attraverso l’ascolto
della Sua parola soprattutto il Vangelo che di versetto in versetto trasforma e
riscalda il nostro cuore. Gesù ci ha lasciato il Suo Corpo:l’Eucarestia che
nasce come un unico Pane, si frantuma in tantissime parti (particole), entra nel
cuore degli uomini e poi? …e poi quel Pane cerca di ricomporsi
ancora…avvicinando tra loro gli uomini. Ecco chi è Dio. E’ Colui che ci ha
creato per amore e sempre per amore, un bel giorno, ha lasciato il comodo
cielo…e…e si è fatto uomo.
Caro/a amico/a, non ho parole per ringraziarti
d’avermi letto fin qui. Fra pochi istanti, il mio cuore cesserà di dettare alle
mie mani le parole da scrivere e si rivolgerà a Dio, affinché tu possa sentire
in ogni momento la Sua presenza nella tua vita sempre e comunque splendida ai
Suoi occhi…e ai miei.
Ciao.
Tuo affezionatissimo
Tanino
Martedì, 1 luglio 2014
domenica 8 giugno 2014
Home page
Ciao a tutti e ben trovati sul mio blog. Spero vi possiate trovare qualcosa di utile per la crescita interiore. Mi piace condividere con tutti voi le cose belle che mi capita di leggere in materia di fede...è un modo per crescere insieme. Se è la prima volta che entrate, vi suggerisco di leggere il mio primo post che si intitola: Saluto; è archiviato in agosto 2009 Clicca qui. Se vi interessa un sussidio un po' diverso dal solito per prepararvi a ricevere il sacramento della Riconciliazione, andate sempre in agosto 2009 Clicca qui. Segnalo che il 26 settembre 2011, ho inserito un post dal titolo "Io accolgo te" che riguarda la spiritualità del matrimonio cristiano; tutti quelli che lo leggono, lo trovano interessante. E' stato scritto da Frate Lorenzo Raniero, ofm, e l'ho pubblicato per sua gentile concessione. Clicca qui.Vi avviso che ho composto una semplicissima preghiera da recitare quando si prepara il Presepio; si trova archiviata nel giorno 10 dicembre 2009 Clicca qui. Ciao a tutti e che Dio ci benedica.
Dove non vedi amore, porta amore e troverai amore. (San Giovanni della Croce)
Importante non è ciò che facciamo, ma quanto amore mettiamo in ciò che facciamo: bisogna fare piccole cose con grande amore. (Madre Teresa di Calcutta)
Dove non vedi amore, porta amore e troverai amore. (San Giovanni della Croce)
Importante non è ciò che facciamo, ma quanto amore mettiamo in ciò che facciamo: bisogna fare piccole cose con grande amore. (Madre Teresa di Calcutta)
La grande motivazione
LA
GRANDE MOTIVAZIONE.
Ciao e benvenuto/a sul mio blog
o sito. Per qualche minuto cammineremo insieme lungo questa mia breve e
semplice riflessione che, mi auguro, ti possa servire. Allacciamo le
cinture….pronti….VIA!
Volendo contrastare la mia
malattia, il Morbo di Parkinson che mi attanaglia da 3 anni, mi è utile, tra l’altro, fare
ginnastica e a tale proposito, mi sono iscritto ad una palestra del mio paese.
Ad accompagnarmi in questa esperienza per me completamente nuova, non sono mai
andato in palestra in vita mia, c’è Miša
una brava personal trainer che,
al termine di ogni incontro, mi assegna
un compito da fare a casa: tenere un quaderno unico sul quale annotare, di
giorno in giorno, gli esercizi assegnati
con una breve descrizione di come mi sento nel farli. Ho intrapreso questo
cammino sabato 29 marzo 2014 con il primo incontro e devo dire con gioia che mi
trovo bene non solo perché Miša spiega egregiamente il lavoro da fare ma
anche perché tra noi due si è venuta creando un’empatia
che sento fa crescere entrambi in umanità. Ebbene, al termine del secondo
incontro, mi assegna dei lavori da fare a casa e, con mia grande sorpresa, mi
indica di scrivere le motivazio-ni che durante il giorno mi spingono a compiere
delle azio-ni proponendomi di meditare una frase di Zig Ziglar, uno scrittore
americano. La riporto in inglese perchè non so ancora se l’ho tradotta bene;
eccola: “People often say that motivation doesn’t last. Well, neither doesn’t bathing. That’s why we recommend
it daily.” Io la traduco così: “La gente dice che spesso le motivazioni
non durano. Beh, nemmeno fare il bagno. Ecco perché le raccomandiamo tutti i
giorni.” Mi riservo di verificare con Miša,che sa bene l’inglese, l’esattezza
della mia traduzione. Un bel mattino, appena sveglio, ho iniziato a pensare
alle motivazioni che mi stavano aspettando nel mio cuore quando, come un
fulmine a ciel sereno, ecco farsi strada nella mia mente una considerazione:
prima di tutte le motivazioni che accompa-gnano il nostro agire c’è lei: quella
che io amo definire “la grande motivazione” , quella che accompagna il nostro
essere. Potremmo definirla in tanti modi diversi ma il suo nome è uno solo:
AMORE! Amare è bello ed è ciò che conta
di più nella vita. Se amiamo viviamo a colori; se non amiamo, viviamo lo stesso…ma in bianco e
nero. Per 37 anni ho avuto non il merito ma la grazia e la gioia di essere
catechista e di amare i miei ragazzi e ragazze prima di trasmettere loro i
contenuti della nostra Fede. Se prima non si ama, non si trasmette un bel niente, soltanto parole “vuote” con sterili logiche
umane e concetti astratti. Credo fermamente che Dio “passi” solo attraverso le
buone relazioni che, anche con non pochi sforzi, riusciamo a costruire di giorno in giorno nella nostra
vita. Alla scuola di Gesù siamo tutti allievi e tutti insieme abbiamo
l’occasione di sperimentare dal vivo
quanto è bello crescere educandoci con cuore sincero alla vita buona del Suo
Vangelo. Ricordo con dolce ed anche proficua nostalgia i bei momenti trascorsi
durante la catechesi coi miei ragazzi e ragazze; la loro voglia di crescere, di
capire, di sapere, di incontrare Dio nel loro vissuto quotidiano e tante altre
belle cose racchiuse nel loro cuore come un tesoro. Eh si, proprio così…come un
“tesoro”!. Ciascuno di noi porte nel profondo del suo essere tante legittime
domande, tanti bei desideri, tante importanti risposte, tante sane aspirazioni
nonché tanta voglia di dare e di ricevere amore. Tutte queste cose insieme
formano il suo essere, la sua meraviglia interiore. Ecco perché, più che mai
convinto della verità di questo, durante gli incontri di catechesi non mi
preoccupavo di “indottrinare” bensì di far emergere le bellezze che Dio ha
posto nel cuore di ciascuno, anche dei più “effervescenti” e così sentivo che
stavo crescendo anch’io insieme con loro. Non
è stupendo? Questo reciproco
arricchimento, questa condivisione dei “doni” è sempre stata la grande
motivazione che mi ha accompa-gnato in tutti questi anni di servizio alla
Parola di Dio. Mi mancano tanto i miei “boys and girls” e so che anche loro mi
ricordano con sincero affetto.
Un’ultima cosa. Siccome credo
che nella Vigna del Signore non esista l’andare in pensione, mi sento di essere
ancora “in servizio” come catechista, non più come prima bensì in modo diverso.
Non ho più un gruppo ma ho pur sempre delle persone con le quali entro in
contatto tutti i giorni ed altre che ho modo di incontrare casualmente; non ho
più tra le mani i fogli di catechesi con
la pista di riflessione che preparavo e consegnavo al mio gruppo ma porto
sempre con me il mio cuore; non ho più un’aula parrocchiale perché ora il
suo posto l’hanno preso i vari ambienti
nei quali mi trovo a vivere nel quotidiano, internet compreso. Insomma, per
farla breve: mi sento ancora “in pista”
…meglio così. E’ proprio vero! Gesù, che
è vivo in mezzo a noi e addirittura abita in noi, ci aiuta sempre, se ascoltato con fede, a trasformare i problemi
in risorse allargando l’orizzonte che abbiamo già e facendone nascere di nuovi.
Infatti, recentemente è nato nel mio cuore il desiderio di scrivere delle mie
riflessioni in materia di fede e di condividerle con chi vuole sul mio blog o
sul mio sito ammesso che ci sia qualcuno i veramente coraggioso disposto a
leggerle; comunque…io ci provo!
Ecco caro amico o amica siamo
arrivati alla conclusione di questa mi riflessione che voglio terminare come si
usava anni fa quando si scriveva ad una persona cara quale tu sei per me dal
momento che, leggendomi, mi hai dedicato qualche minuto del tuo prezioso tempo.
Non voglio dimenticarmi di annunciarti che, se non interviene qualche cambiamento di rotta nel frattempo,
intitolerò la mia prossima riflessione “ E si è fatto uomo” proprio come
diciamo nel Credo durante la Santa Messa.
Fra qualche istante la tastiera
del mio computer si fermerà per cedere il passo ad una preghiera che farò per
te, chiunque tu sia, affinché il Signore ti sostenga sempre nella tua vita così
preziosa per te e per tutti quelli che ti stanno accanto.
Ciao. Un forte abbraccio.
Tuo affezionatissimo
Tanino
Tuo affezionatissimo
Tanino
Domenica 8 giugno 2014,
Pentecoste.
venerdì 1 novembre 2013
domenica 29 settembre 2013
Gemelli e vita ultraterrena.
ciao a tutti, ieri sera mia moglie ha partecipato ad una riunione per genitori. Il nostro parroco ha letto la storiella sotto riportata. Spero vi piaccia. ciao.
Tanino
Tanino
Gemelli e vita
ultraterrena
Nel ventre di una donna incinta si trovavano due bebè.
Uno di loro chiese all'altro:
- Tu credi nella vita dopo il parto? ...
- Certo. Qualcosa deve esserci dopo il parto.
Forse siamo
qui per prepararci per quello che saremo più tardi.
- Sciocchezze! Non c'è una vita dopo il parto. Come sarebbe quella vita?
- Non lo so, ma sicuramente... ci sarà più luce che qua.
Magari
cammineremo con le nostre gambe e ci ciberemo dalla bocca.
- Ma è assurdo! Camminare è impossibile. E mangiare dalla bocca?
Ridicolo!
Il cordone
ombelicale è la via d'alimentazione .
Ti dico una
cosa: la vita dopo il parto è da escludere.
Il cordone
ombelicale è troppo corto.
- Invece io credo che debba esserci qualcosa.
E forse sarà
diverso da quello cui siamo abituati ad avere qui.
- Però nessuno è tornato dall'aldilà, dopo il parto.
Il parto è
la fine della vita.
E in fin dei
conti,la vita non è altro che un'angosciante esistenza
nel buio che ci porta al nulla.
- Beh, io non so esattamente come sarà dopo il parto,
ma
sicuramente vedremmo la mamma e lei si prenderà cura di noi.
- Mamma? Tu credi nella mamma? E dove credi che sia lei ora?
- Dove? Tutta intorno a noi! E' in lei e grazie a lei che viviamo.
Senza di lei
tutto questo mondo non esisterebbe.
- Eppure io non ci credo! Non ho mai visto la mamma,
per cui, è logico che non esista.
- Ok, ma a volte, quando siamo in silenzio, si riesce a sentirla
o percepire
come accarezza il nostro mondo.
Sai? ... Io
penso che ci sia una vita reale che ci aspetta
e che ora
stiamo semplicemente preparandoci per essa..."
venerdì 6 settembre 2013
Mai più la guerra! Mai più la guerra! (Papa Francesco)
Mai più la guerra! Mai più la guerra!
La pace è un dono troppo prezioso, che deve essere promosso e tutelato. (Papa Francesco)
Ho ricevuto la seguente e-mail dalla Fraternità del Sermig che ospito volentieri sul mio blog. Le parole del Papa non lasciano dubbi...la pace deve essere un importantissimo obbiettivo di ogni essere umano.
Ecco il testo; e se poi dessimo un'occhiata al sito del Sermig?
Buona meditazione a tutti noi
Cari amici
sabato 7 settembre alle ore 20,30 presso l'Arsenale della Pace si terrà la veglia diocesana di preghiera e di digiuno per la pace in Siria con la presenza del nostro Vescovo, Monsignor Cesare Nosiglia.
Sono invitati donne e uomini di buona volontà e credenti di ogni confessione per dire con il Papa: "Mai più guerra”.
Per saperne di più, clicca qui.
"Mi copri gli occhi perché ho paura della guerra?". È la frase che ci ha detto ieri una bambina di 5 anni guardando il telegiornale. Da più di due anni i bambini della Siria stanno dicendo la stessa cosa senza trovare nessuno che ascolti il loro dramma.
Un milione di bambini sono dovuti scappare dalla casa in cui abitavano e dalla terra in cui erano nati. Oltre a tutti quelli saliti in cielo e tutti quelli rimasti a vivere in un posto diventato un inferno. La risposta alla loro paura non possono essere altre bombe, altra morte, altra distruzione, altra paura.
Le armi uccidono quattro volte. Utilizzano soldi che potrebbero essere investiti in sviluppo, sanità, istruzione, ricerca. Assorbono l'intelligenza di scienziati ed ingegneri che impiegata altrimenti potrebbe guarire malattie incurabili e risolvere tanti problemi del mondo. Uccidono la terza volta perché quando sparano non scherzano. Infine seminano vendetta.
La risposta che aspettano un milione di bambini è un'altra. Tornare a casa. Andare a scuola. Fare i bambini. Giocare e sorridere. Aspettano qualcuno che si prenda cura di loro, qualcuno che restituisca loro il presente perché possano avere anche un futuro.
Quando saranno grandi diventeranno uomini e donne pieni di voglia di vendicarsi di chi gli ha rubato l'infanzia e distrutto tutto quello che avevano. L'odio, il terrore, la morte, la distruzione, la paura che hanno attorno sta crescendo anche dentro di loro.
È urgente che le Nazioni Unite diventino realmente e finalmente il posto dove vengono affrontati e risolti i problemi del mondo, con la promozione dell'istruzione, dello sviluppo e della giustizia per prevenire ogni nuova guerra. .
Grazie per la vostra attenzione.
La Fraternità del Sermig
Sermig
Piazza Borgo Dora 61
10152 Torino
Tel. 011-4368566
Fax 011-5215571
Sito: www.sermig.org
Email: sermig@sermig.org
La pace è un dono troppo prezioso, che deve essere promosso e tutelato. (Papa Francesco)
Ho ricevuto la seguente e-mail dalla Fraternità del Sermig che ospito volentieri sul mio blog. Le parole del Papa non lasciano dubbi...la pace deve essere un importantissimo obbiettivo di ogni essere umano.
Ecco il testo; e se poi dessimo un'occhiata al sito del Sermig?
Buona meditazione a tutti noi
Cari amici
sabato 7 settembre alle ore 20,30 presso l'Arsenale della Pace si terrà la veglia diocesana di preghiera e di digiuno per la pace in Siria con la presenza del nostro Vescovo, Monsignor Cesare Nosiglia.
Sono invitati donne e uomini di buona volontà e credenti di ogni confessione per dire con il Papa: "Mai più guerra”.
Per saperne di più, clicca qui.
"Mi copri gli occhi perché ho paura della guerra?". È la frase che ci ha detto ieri una bambina di 5 anni guardando il telegiornale. Da più di due anni i bambini della Siria stanno dicendo la stessa cosa senza trovare nessuno che ascolti il loro dramma.
Un milione di bambini sono dovuti scappare dalla casa in cui abitavano e dalla terra in cui erano nati. Oltre a tutti quelli saliti in cielo e tutti quelli rimasti a vivere in un posto diventato un inferno. La risposta alla loro paura non possono essere altre bombe, altra morte, altra distruzione, altra paura.
Le armi uccidono quattro volte. Utilizzano soldi che potrebbero essere investiti in sviluppo, sanità, istruzione, ricerca. Assorbono l'intelligenza di scienziati ed ingegneri che impiegata altrimenti potrebbe guarire malattie incurabili e risolvere tanti problemi del mondo. Uccidono la terza volta perché quando sparano non scherzano. Infine seminano vendetta.
La risposta che aspettano un milione di bambini è un'altra. Tornare a casa. Andare a scuola. Fare i bambini. Giocare e sorridere. Aspettano qualcuno che si prenda cura di loro, qualcuno che restituisca loro il presente perché possano avere anche un futuro.
Quando saranno grandi diventeranno uomini e donne pieni di voglia di vendicarsi di chi gli ha rubato l'infanzia e distrutto tutto quello che avevano. L'odio, il terrore, la morte, la distruzione, la paura che hanno attorno sta crescendo anche dentro di loro.
È urgente che le Nazioni Unite diventino realmente e finalmente il posto dove vengono affrontati e risolti i problemi del mondo, con la promozione dell'istruzione, dello sviluppo e della giustizia per prevenire ogni nuova guerra. .
Grazie per la vostra attenzione.
La Fraternità del Sermig
Sermig
Piazza Borgo Dora 61
10152 Torino
Tel. 011-4368566
Fax 011-5215571
Sito: www.sermig.org
Email: sermig@sermig.org
lunedì 2 settembre 2013
Anche noi come lui.
"Anche noi come lui"
Ho scritto una preghiera sui poveri e su noi, cliccate e vi comparirà il file.CLICCA
alla prossima.ciao.
Tanino
Ho scritto una preghiera sui poveri e su noi, cliccate e vi comparirà il file.CLICCA
alla prossima.ciao.
Tanino
mercoledì 28 agosto 2013
La Pace (Don Luigi Di Liegro)
Oggi, durante una visita in chiesa, ho trovato sul retro di una rivista religiosa la seguente frase di don Luigi Di Liegro. Mi è piaciuta a tal punto da condividerla con voi sul mio blog. Cercherò di ricordarla e, soprattutto, interiorizzarla. Eccola:
La Pace è una verità che "si sta facendo" e che richiede la nostra fede, la nostra sofferenza, tutto il nostro coraggio.
Buona meditazione e...viva la Pace!
La Pace è una verità che "si sta facendo" e che richiede la nostra fede, la nostra sofferenza, tutto il nostro coraggio.
Buona meditazione e...viva la Pace!
lunedì 27 agosto 2012
Gesù è ancora morto?...Convertirsi alla gioia.
Per gentile concessione dell'Autore, Paolo Curtaz, desidero condividere con tutti voi alcune pagine del suo libro: "L'ultimo si"; Edizioni San Paolo.
Buona meditazione.
Tanino
*********
Gesù è ancora morto?
Risorto, Gesù è vivo, quindi le donne sprecano il loro tempo nel cercare Gesù per imbalsamarlo.
Meditare la passione può davvero suscitare la fede. La meditazione sull'amore che ne emerge, sul volto di un Dio che muore per amore, ha convertito più di un cuore.
Ma,ahimè, non è questa la sola ragione della nostra devozione al crocifisso.
Amiamo il crocifisso, ne siamo coinvolti, turbati, perche tutti abbiamo una ragione per essere tristi, tutti abbiamo una sofferenza da condividere. Ma condividere la gioia è un altro paio di maniche!
Quando incontro qualcuno per strada e mi chiede "Come va?", se dico: "Non molto bene, ho avuto una brutta influenza, sono stato dieci giorni a letto", abitualmente suscito una risposta empatica:
"Anche a me è successo! Sapessi!...". Se invece rispondo "Benissimo, è un periodo fantastico", ricevo come risposta un affrettato sorriso.
E' più difficile gioire per la gioia di un altro, che soffrire per la sua sofferenza.
Perciò, molte volte, la nostra devozione al crocifisso è in realtà, una devozione alla nostra sofferenza proiettata su Dio.
Non voglio banalizzare, amico malato. Quanti sono inchiodati all' altare del dolore sentono davvero di partecipare, come il Cireneo, alla via Crucis del Maestro.
No, fratello, perdonami, non parlo di te, rispetto il tuo dolore.
Parlo di tutti noi, di tutti gli altri, di tutti coloro che si ostinano a cercare un crocifisso, non un Risorto!
Se cerchiamo Gesù morto, amici, sbagliamo indirizzo clamorosamente.
Mi chiedo se l'assenza di Dio, che troppe volte lamentiamo, non sia legata al fatto che cerchiamo un Dio morto e non un vivente. Ci rivolgiamo a Dio, nella stragrande maggioranza delle volte, in caso di necessità dolorosa. Quasi mai ascolto come preghiera un: "Senti Dio, mi sono proprio innamorato e vedo tutto rosa e fucsia; sono pieno di gioia per il mio bambino che sta nascendo; oggi mi sento finalmente bene, vuoi gioire con me?".
Troppo spesso il Gesù in cui crediamo è morto, e noi pensiamo di fargli un piacere portandogli ancora degli unguenti per imbalsamarlo!
Gesù e morto quando lo teniamo fuori dalla nostra vita, morto se resta chiuso nei tabernacoli delle chiese senza uscire in strada con noi, morto se la sua Parola non spacca il mare di ghiaccio che soffoca il nostro cuore. Morto e sepolto quando la nostra diventa una religione senza fede, un quieto appartenere alla cultura cristiana senza che il fuoco della Sua presenza contagi la nostra e l'altrui vita; morto se la fede non cambia la nostra economia, la nostra politica; morto quando ci arrocchiamo nelle nostre posizioni di "cattolici" scordando il nostro essere uomini.
Morto, amici, morto.
No, Gesù non è morto. E' vivo. Non rianimato, non vivo nel nostro pensiero, no, veramente risuscitato e presente, che ci crediamo o no, che ce ne accorgiamo o no.
Da questa consapevolezza nasce la gioia cristiana.
La conversione alla gioia
La conversione al Risorto è difficile, difficilissima. Occorre allontanarsi dal proprio dolore.
Condividere la gioia cristiana significa superare il dolore che ci rende tristi. Non c'è che un modo per superare il dolore: non amarlo, non affezionarvisi. La gioia cristiana è una tristezza superata.
Ma resistenze, dubbi, mancanza di fede pesano sul nostro cuore.
Un' esperienza dolorosa nell'infanzia, una serie di eventi che ci hanno deluso possono davvero impedirci di entrare nella gioia cristiana, che non è un'emozione, ma una scelta consapevole.
Le donne, tornate dagli apostoli, non sono credute, e le loro parole "parvero loro come un vaneggiamento"!
Siamo in buona compagnia, allora, se anche gli apostoli hanno dovuto convertirsi alla gioia!
Leggeremo, nei prossimi capitoli, la fatica immensa fatta dagli
undici per staccarsi definitivamente dal loro dolore e dalla tragica
esperienza della croce e del loro fallimento... E pensare che, per loro, Gesù si farà vedere e li incoraggerà continuamente! Se hanno tribolato loro, così avvantaggiati...
Animo, cercatori di Dio, la più difficile conversione (dopo quella dal Dio che abbiamo nella testa al Dio di Gesù), è proprio quella da una visione crocifissa della fede ad una risorta!
Gli apostoli dubitano; solo Pietro va a verificare: guarda, stupito, e torna a casa meravigliato. Il verbo usato indica insieme stupore e domanda E’già qualcosa, ma non è ancora fede: non bastano un sepolcro vuoto e le bende per suscitare la fede. Occorre un'esperienza personale del Risorto. E Pietro ne sa qualcosa...
(Convertirsi alla gioia, San Paolo 2006)
Il giorno dopo il sabato
Il giorno dopo il sabato, le donne, svegliatesi di buon mattino, sono andate al sepolcro per finire il lavoro di pulitura del cadavere di Gesù, preoccupate per la pietra posta a sigillo della tomba.
Il giorno dopo il sabato, gli apostoli, dopo una notte passata a vagare nei pressi della città, si sono radunati al Cenacolo, pieni di dolore e di vergogna, di sensi di colpa e di paura.
Il giorno dopo il sabato, Caifa e Anna si sono visti per commentare la buona riuscita della festa e la gran mole di pellegrini giunti da tutto l'impero, e a immaginare una nuova organizzazione per l'acquisto del bestiame da offrire in olocausto. Poi hanno parlato di Gesù e hanno deciso di chiedere a Pilato un picchetto che sorvegliasse la sua tomba, ma Pilato, fattosi forte, si è rifiutato. Il giorno dopo il sabato, Pilato, rilassato dopo la tensione di quei giorni, e rientrato a Cesarea, scortato da un buon numero di soldati, felice della calma con cui si è svolta la festa di pasqua e della vittoria sull'arroganza del Sinedrio, che si è professato devoto all' impero. Il giorno dopo il sabato, i farisei si sono ritrovati, come ogni giorno, per ascoltare le parole di un Rabbì, e nessuno ha parlato del Nazareno. Qualcuno, però, ha notato l'assenza di Nicodemo.
Il giorno dopo il sabato, mentre i mercanti esponevano le loro mercanzie davanti alle loro botteghe, qualcuno ha visto due donne che correvano trafelate (atteggiamento sconveniente per una donna!), in direzione della collina di Sion.
Il giorno dopo il sabato, qualcuno ha detto che Yeshua bar Yosef, il Nazoreo, profeta dalla Galilea, ucciso per bestemmia alla vigilia della festa di Pesah, è risorto da morte, e molti testimoniano di averlo incontrato.
Il giorno dopo il sabato, da allora, ricorda la sua risurrezione, e i discepoli l'hanno chiamato domenica, giorno del Signore Gesù. In quel giorno i discepoli si radunano per ascoltare la Parola e spezzare il pane.
Il giorno dopo il sabato è cominciato tutto.
(tratto da: “L’ultimo si” di Paolo Curtaz, Edizioni San Paolo da pagina 327 a 331)
domenica 18 dicembre 2011
Per essere con noi...sempre.
Ciao a tutti, ieri sera ho composto la preghiera che ho già annunciato nel mio precedente post dal titolo "Davanti al Presepio." Essa costituirà per me in questi giorni un aiuto alla meditazione in preparazione al Santo Natale. Il mistero di un Dio che ci raggiunge in ogni situazione, soprattutto se difficile, per essere con noi...sempre.
PER ESSERE CON NOI…SEMPRE!
Caro Gesù, il Natale ci ricorda che tu sei nato
e questo per noi è motivo di festa.
Tutti gli anni ti vediamo nel Presepio
ma spesso fatichiamo a sentirti
nella nostra vita di ogni giorno.
Sei venuto in mezzo a noi per vivere con noi,
per scrivere nel libro della storia la Tua esperienza
insieme con la nostra.
Grazie o Gesù di essere nato,
di essere venuto in mezzo a noi
per essere con noi sempre,
soprattutto nei momenti
in cuisentiamo e sperimentiamo tutta la nostra fragilità.
Ci sentiamo deboli quando pensiamo alla morte;
ma Tu l’hai attraversata affinché essa
non abbia su di noi altro potere
se non quello di gettarci tra le Tue braccia.
Ci sentiamo fragili guardando alla sofferenza;
ma Tu o Signore hai sofferto per condividere con noi la nostra.
Ci sentiamo particolarmente vulnerabili nel peccato;
ma Tu ti sei messo in fila con noi al Giordano,
ti sei autoinvitato a casa nostra,
ci hai cercato in ogni dove
affinché, nel peccato, facessimo esperienza
non del Tuo implacabile giudizio
ma dell’infinita dolcezza del Tuo Perdono.
O Buon Gesù, abbiamo paura della solitudine;
ma anche in questa sei con noi.
Chissà quante volte l’avrai provata
nei momenti in cui ti sentivi incompreso.
Se mai un giorno, Dio non voglia,
dovessimo avere a che fare con la disperazione,
ebbene, anche lì ti troveremmo
avendola tu provata sulla Croce
e potrebbe capitare anche a noi un giorno
di ripetere le Tue parole: “ Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”
ma leggendo l’esperienza dei Discepoli di Emmaus
capiamo che sulla strada della disperazione e dello sconforto
ci sei sempre Tu pronto a camminare con noi
per far tornare nel nostro cuore la speranza e con essa una nuova gioia.
Grazie Gesù di essere nel Presepio,
Grazie Gesù di essere nato,
Grazie Gesù di essere con noi…sempre.
Tanino
Ciao e alla prossima. Buona meditazione a tutti e, con l'occasione, sono felice di porgervi i miei più sentiti auguri di un sereno Natale e un nuovo anno ricco di cose belle per tutti...in questo momento, ce n'è proprio bisogno.
PER ESSERE CON NOI…SEMPRE!
Caro Gesù, il Natale ci ricorda che tu sei nato
e questo per noi è motivo di festa.
Tutti gli anni ti vediamo nel Presepio
ma spesso fatichiamo a sentirti
nella nostra vita di ogni giorno.
Sei venuto in mezzo a noi per vivere con noi,
per scrivere nel libro della storia la Tua esperienza
insieme con la nostra.
Grazie o Gesù di essere nato,
di essere venuto in mezzo a noi
per essere con noi sempre,
soprattutto nei momenti
in cuisentiamo e sperimentiamo tutta la nostra fragilità.
Ci sentiamo deboli quando pensiamo alla morte;
ma Tu l’hai attraversata affinché essa
non abbia su di noi altro potere
se non quello di gettarci tra le Tue braccia.
Ci sentiamo fragili guardando alla sofferenza;
ma Tu o Signore hai sofferto per condividere con noi la nostra.
Ci sentiamo particolarmente vulnerabili nel peccato;
ma Tu ti sei messo in fila con noi al Giordano,
ti sei autoinvitato a casa nostra,
ci hai cercato in ogni dove
affinché, nel peccato, facessimo esperienza
non del Tuo implacabile giudizio
ma dell’infinita dolcezza del Tuo Perdono.
O Buon Gesù, abbiamo paura della solitudine;
ma anche in questa sei con noi.
Chissà quante volte l’avrai provata
nei momenti in cui ti sentivi incompreso.
Se mai un giorno, Dio non voglia,
dovessimo avere a che fare con la disperazione,
ebbene, anche lì ti troveremmo
avendola tu provata sulla Croce
e potrebbe capitare anche a noi un giorno
di ripetere le Tue parole: “ Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”
ma leggendo l’esperienza dei Discepoli di Emmaus
capiamo che sulla strada della disperazione e dello sconforto
ci sei sempre Tu pronto a camminare con noi
per far tornare nel nostro cuore la speranza e con essa una nuova gioia.
Grazie Gesù di essere nel Presepio,
Grazie Gesù di essere nato,
Grazie Gesù di essere con noi…sempre.
Tanino
Ciao e alla prossima. Buona meditazione a tutti e, con l'occasione, sono felice di porgervi i miei più sentiti auguri di un sereno Natale e un nuovo anno ricco di cose belle per tutti...in questo momento, ce n'è proprio bisogno.
domenica 20 novembre 2011
Lo stile educativo di Gesù Maestro e la Preghiera dell'Educatore
Oggi ho trovato in fondo alla chiesa un opuscolo con degli avvisi parrocchiali. Leggendolo tutto, mi è venuto spontaneo farvi parte di un articolo sullo stile educativo di Gesù nonchè di una preghiera dell'Educatore in esso scritti. Ad essere sincero, avrei modificato volentieri alcuni punti della preghiera ma non l'ho fatto per rispettare l'intenzione di chi l'ha composta. Sull'opuscolo non sono citati gli autori né dell'articolo né della preghiera.
Lo stile educativo di Gesù Maestro
... prima che con le parole Egli offre il suo ESEMPIO DI VITA
... non ha mai ritenuto qualcuno ESCLUSO o PERSO dalla via che conduce alla felicità ... il suo SEGRETO è la RELAZIONE, il sapersi mettere nei panni degli altri, per capirli nel profondo
... ha sempre saputo RICOMINCIARE dopo ogni difficoltà e fallimento
... ha puntato tutto sull'AMORE e sul PERDONO, come iniezioni di fiducia e accoglienza
... non ha fatto TUTTO DA SOLO, ma si affidava al Padre Celeste, donando a tutti non delle cose
materiali, ma il Suo Spirito d'Amore
... ha agito SENZA SECONDI FINI, non trattenendo nulla per sè, cercando e volendo il vero bene
per ogni persona, mettendosi al suo servizio
.... per questo chi incontra Gesù, diventa lui stesso PIU' UOMO
... e sa ACCOMPAGNARE gli altri, affinché si aprano al Mistero di Dio
Preghiera dell’Educatore
Signore, tu sei la giovinezza dell'umanità perché Tu sei l'amore vero,
il Dono senza interessi,
l'Altruismo libero e liberante.
Aiutami a trasmettere la Tua giovinezza con l'esempio della mia vita.
Assistimi con la tua luce, perché i ragazzi che la comunità mi ha affidato, trovino
in me un testimone credibile del Vangelo. Toccami il cuore e rendi trasparente la vita, perché le parole, quando veicolano la tua, non suonino false sulle mie labbra.
Concedimi la gioia di lavorare in comunione, e inondami di tristezza ogni volta che, isolandomi dagli altri,
pretendo di fare la mia corsa da solo.
Ho paura, Signore, della mia povertà. Regalami, perciò, il conforto di veder crescere i miei ragazzi nella conoscenza e nel servizio di Te.
Fammi silenzio per udirli.
Fammi ombra per seguirli.
Fammi sosta per attenderli.
Fammi vento per scuoterli.
Fammi soglia per accoglierli.
Infondi in me una grande passione
per la Verità e se l'azione
inaridirà la mia vita,
riconducimi sulla montagna del silenzio, perché impari a custodire ogni ragazzo come perla preziosa,
che Tu stesso hai affidato alle mie cure.
Amen
Lo stile educativo di Gesù Maestro
... prima che con le parole Egli offre il suo ESEMPIO DI VITA
... non ha mai ritenuto qualcuno ESCLUSO o PERSO dalla via che conduce alla felicità ... il suo SEGRETO è la RELAZIONE, il sapersi mettere nei panni degli altri, per capirli nel profondo
... ha sempre saputo RICOMINCIARE dopo ogni difficoltà e fallimento
... ha puntato tutto sull'AMORE e sul PERDONO, come iniezioni di fiducia e accoglienza
... non ha fatto TUTTO DA SOLO, ma si affidava al Padre Celeste, donando a tutti non delle cose
materiali, ma il Suo Spirito d'Amore
... ha agito SENZA SECONDI FINI, non trattenendo nulla per sè, cercando e volendo il vero bene
per ogni persona, mettendosi al suo servizio
.... per questo chi incontra Gesù, diventa lui stesso PIU' UOMO
... e sa ACCOMPAGNARE gli altri, affinché si aprano al Mistero di Dio
Preghiera dell’Educatore
Signore, tu sei la giovinezza dell'umanità perché Tu sei l'amore vero,
il Dono senza interessi,
l'Altruismo libero e liberante.
Aiutami a trasmettere la Tua giovinezza con l'esempio della mia vita.
Assistimi con la tua luce, perché i ragazzi che la comunità mi ha affidato, trovino
in me un testimone credibile del Vangelo. Toccami il cuore e rendi trasparente la vita, perché le parole, quando veicolano la tua, non suonino false sulle mie labbra.
Concedimi la gioia di lavorare in comunione, e inondami di tristezza ogni volta che, isolandomi dagli altri,
pretendo di fare la mia corsa da solo.
Ho paura, Signore, della mia povertà. Regalami, perciò, il conforto di veder crescere i miei ragazzi nella conoscenza e nel servizio di Te.
Fammi silenzio per udirli.
Fammi ombra per seguirli.
Fammi sosta per attenderli.
Fammi vento per scuoterli.
Fammi soglia per accoglierli.
Infondi in me una grande passione
per la Verità e se l'azione
inaridirà la mia vita,
riconducimi sulla montagna del silenzio, perché impari a custodire ogni ragazzo come perla preziosa,
che Tu stesso hai affidato alle mie cure.
Amen
venerdì 14 ottobre 2011
Essere figli di Maria
Ora vorrei condividere con voi un articolo che ho trovato sulla rivista "I Gigli del Santo" a cura del Frati Minori di Lonigo, Vicenza. Pubblico detto intervento per gentile concessione del Padre Rettore Frate Mariano al quale va la mia gratitudine.
Buona lettura e meditazione.
Tanino
Essere figli di Maria.
"Noi siamo più felici della Madonna, perché ... Lei non ha avuto una Santa Vergine da amare! ... ". Questa uscita deliziosa di S. Teresina non dovrebbe lasciarci indifferenti. È talmente bella e sorprendente! Ci fa comprendere in un baleno l'incanto dell'amore alla Madonna. Ci fa capire in un attimo di quale felicità noi siamo privi, senza la devozione alla Madonna.
Quel gran "folle dell'Immacolata" che fu S. Massimiliano Maria Kolbe, diceva con trasporto: "Miei cari figli, se desiderate vivere e morire felici, sforzatevi di approfondire l'amore filiale verso la nostra Mammina Celeste". Che cos'è la devozione alla Madonna? - chiese con semplicità una ragazzina al suo Parroco - È la donazione di sé alla Madonna - rispose quasi di scatto il Sacerdote. Bellissimo! Domanda e risposta. Con semplicità si era detto l'essenziale. Forse non si poteva dire meglio in pochissime parole. S. Tommaso d'Aquino, ci insegna che la vera devozione consiste nella "donazione pronta e completa di tutto se stesso". La parola devozione significa donazione, o meglio "donarsi". Non un donarsi qualsiasi, naturalmente, ma un donarsi con amore, con generosità, con trasporto. La mia devozione alla Madonna, quindi, deve consistere nella donazione amorosa di me stesso alla Madonna; ossia, faccio dono di me alla Madonna. E se di un dono si può fare quel che si vuole, la Madonna può fare di me, suo dono, quello che vuole, e io non posso fare altro se non quello che vuole Lei, quello che piace a Lei, quello che opera Lei. Tanto più sono devoto della Madonna, quanto più mi abbandono a Lei, mi conformo a Lei, vivendo in tutto e per tutto governato da Lei. L'esempio supremo di devozione alla Madonna noi lo riceviamo nientemeno che da Dio stesso. Infatti, Dio fu Colui che per primo si donò a Maria, e si donò a Lei in modo così perfetto, da
farsi suo Figlio! In questo senso Gesù fu il primo e sommo devoto di Maria Santissima. - Ma senti un po ' ... To', non ci avevo mai pensato! ... Ma è proprio vero! ... così esclamò un tale, stupito all'udire questa riflessione. Sì, è proprio così. Dio ci ha dato l'esempio supremo di infinito valore e di infinita bellezza. Se riflettiamo che niente può essere così proprio di una creatura come il proprio figlio, possiamo comprendere quale sia stata la devozione di Gesù verso Maria, e quale debba essere la nostra. Noi dobbiamo essere "imitatori di Dio", ci dice S. Paolo (Ef 5,1), e dobbiamo diventare "conformi a Gesù" (Rm 8,29). Anche S. Massimiliano M. Kolbe, questo folle innamorato dell'Immacolata, ha scritto ai nostri tempi che "l'imitazione di Gesù è tutta la nostra santità".
Orbene, se Dio si è donato a Maria fino a diventare ed essere suo Figlio, anche noi dobbiamo donarci a Maria fino a diventare ed essere suoi figli. Anche noi figli di Maria, come Gesù. Noi figli per grazia, Gesù figlio per natura. Non si può' somigliare a Gesù se non si ama la sua Madre o se ci si mostra freddi e indifferenti verso di Lei. È inammissibile. Basterebbe questa riflessione per capire come la devozione alla Madonna sia senz' altro necessaria alla nostra santificazione, ossia alla nostra piena conformità a Gesù. Se poi si aggiunge che la Madonna è per noi la strada del Salvatore, ossia della salvezza, dobbiamo persuaderci che Ella è necessaria anche alla nostra salvezza eterna. Così hanno insegnato i grandi Santi e Dottori della Chiesa. Difatti, la dottrina comune della Chiesa Cattolica considera la devozione alla Madonna, la "Speranza nostra", moralmente necessaria al cristiano, sia perché la Madre per i figli occupa un posto vitale, sia perché la conformità a Gesù, Figlio di Dio e di Maria, non si può realizzare senza la nostra figliolanza tenera e devota verso la comune Mamma di tutto il Corpo Mistico. Più si è figli di Maria, più si è fratelli di Gesù. E viceversa.
. n.d.r.
tratto da “I Gigli del Santo” rivista del Santuario Antoniano dei Frati Minori di Lonigo (Vicenza)
Buona lettura e meditazione.
Tanino
Essere figli di Maria.
"Noi siamo più felici della Madonna, perché ... Lei non ha avuto una Santa Vergine da amare! ... ". Questa uscita deliziosa di S. Teresina non dovrebbe lasciarci indifferenti. È talmente bella e sorprendente! Ci fa comprendere in un baleno l'incanto dell'amore alla Madonna. Ci fa capire in un attimo di quale felicità noi siamo privi, senza la devozione alla Madonna.
Quel gran "folle dell'Immacolata" che fu S. Massimiliano Maria Kolbe, diceva con trasporto: "Miei cari figli, se desiderate vivere e morire felici, sforzatevi di approfondire l'amore filiale verso la nostra Mammina Celeste". Che cos'è la devozione alla Madonna? - chiese con semplicità una ragazzina al suo Parroco - È la donazione di sé alla Madonna - rispose quasi di scatto il Sacerdote. Bellissimo! Domanda e risposta. Con semplicità si era detto l'essenziale. Forse non si poteva dire meglio in pochissime parole. S. Tommaso d'Aquino, ci insegna che la vera devozione consiste nella "donazione pronta e completa di tutto se stesso". La parola devozione significa donazione, o meglio "donarsi". Non un donarsi qualsiasi, naturalmente, ma un donarsi con amore, con generosità, con trasporto. La mia devozione alla Madonna, quindi, deve consistere nella donazione amorosa di me stesso alla Madonna; ossia, faccio dono di me alla Madonna. E se di un dono si può fare quel che si vuole, la Madonna può fare di me, suo dono, quello che vuole, e io non posso fare altro se non quello che vuole Lei, quello che piace a Lei, quello che opera Lei. Tanto più sono devoto della Madonna, quanto più mi abbandono a Lei, mi conformo a Lei, vivendo in tutto e per tutto governato da Lei. L'esempio supremo di devozione alla Madonna noi lo riceviamo nientemeno che da Dio stesso. Infatti, Dio fu Colui che per primo si donò a Maria, e si donò a Lei in modo così perfetto, da
farsi suo Figlio! In questo senso Gesù fu il primo e sommo devoto di Maria Santissima. - Ma senti un po ' ... To', non ci avevo mai pensato! ... Ma è proprio vero! ... così esclamò un tale, stupito all'udire questa riflessione. Sì, è proprio così. Dio ci ha dato l'esempio supremo di infinito valore e di infinita bellezza. Se riflettiamo che niente può essere così proprio di una creatura come il proprio figlio, possiamo comprendere quale sia stata la devozione di Gesù verso Maria, e quale debba essere la nostra. Noi dobbiamo essere "imitatori di Dio", ci dice S. Paolo (Ef 5,1), e dobbiamo diventare "conformi a Gesù" (Rm 8,29). Anche S. Massimiliano M. Kolbe, questo folle innamorato dell'Immacolata, ha scritto ai nostri tempi che "l'imitazione di Gesù è tutta la nostra santità".
Orbene, se Dio si è donato a Maria fino a diventare ed essere suo Figlio, anche noi dobbiamo donarci a Maria fino a diventare ed essere suoi figli. Anche noi figli di Maria, come Gesù. Noi figli per grazia, Gesù figlio per natura. Non si può' somigliare a Gesù se non si ama la sua Madre o se ci si mostra freddi e indifferenti verso di Lei. È inammissibile. Basterebbe questa riflessione per capire come la devozione alla Madonna sia senz' altro necessaria alla nostra santificazione, ossia alla nostra piena conformità a Gesù. Se poi si aggiunge che la Madonna è per noi la strada del Salvatore, ossia della salvezza, dobbiamo persuaderci che Ella è necessaria anche alla nostra salvezza eterna. Così hanno insegnato i grandi Santi e Dottori della Chiesa. Difatti, la dottrina comune della Chiesa Cattolica considera la devozione alla Madonna, la "Speranza nostra", moralmente necessaria al cristiano, sia perché la Madre per i figli occupa un posto vitale, sia perché la conformità a Gesù, Figlio di Dio e di Maria, non si può realizzare senza la nostra figliolanza tenera e devota verso la comune Mamma di tutto il Corpo Mistico. Più si è figli di Maria, più si è fratelli di Gesù. E viceversa.
. n.d.r.
tratto da “I Gigli del Santo” rivista del Santuario Antoniano dei Frati Minori di Lonigo (Vicenza)
lunedì 26 settembre 2011
"Io accolgo te" - intervento completo di Frate Lorenzo Raniero ofm
Oggi ho il piacere di condividere con tutti voi l'intervento pubblicato " a puntate" su vari numeri della rivista "I Gigli del Santo" edita dai Frati Minori di Lonigo. E' stato scritto da Frate Lorenzo al quale va tutta la mia gratitude per avermi concesso di pubblicarlo sul mio blog. Il testo è integrale e contiene, pertanto, anche la parte che ho già pubblicato, sempre su questo blog, dal titolo "Io accolgo te ogni giorno della vita". Ora mi ritiro e lascio il campo a Frate Lorenzo. Buona lettura e meditazione.
«IO ACCOLGO TE»
Spiritualità del consenso matrimoniale.
Non ci sono parole tutte uguali. Esistono parole che sono chiacchiere effimere, comunicazioni fredde, informazioni scarne, avvisi precisi; oppure ci sono parole che danno vita, che creano relazioni, che costruiscono rapporti perché sono partecipate, condivise, piene di significato. Le nostre parole possono essere una semplice ‘emissione di voce’, oppure possono contenere la densità della vita, la corposità delle relazioni, la concretezza dell’esistenza. Le parole di Gesù che troviamo nel vangelo hanno il potere di cambiare la realtà; hanno una ricchezza e una pregnanza tale che realizzano quello che dicono. Per questo chi lo ascoltava e vedeva le sue opere esclamava con stupore: “Mai nessuno ha parlato come quest’uomo” (cf. Lc 4,36 ). Il contenuto della parola di Gesù si avvera nella vita degli uomini; la sua parola è un vero e proprio evento, un concreto accadimento.
Anche noi uomini facciamo esperienza di parole di questa portata: una dichiarazione d’amore, una promessa di amicizia, un’offerta del perdono, il dono della gratitudine, la lettura di una sentenza. Queste parole hanno uno spessore diverso da tutte le altre; non sono soltanto informazioni che mettono al corrente di un determinato fatto o semplici descrizioni di una realtà accaduta. Si tratta di parole ‘performative’ che creano una nuova realtà là dove prima non c’era nulla; sono parole che rendono reale ciò che esprimono e che producono qualcosa di nuovo.
Tempo fa mi è stata raccontata la storia di un uomo sposato, di mezza età, dai modi un po’ bruschi, più propenso a fare che a parlare. Assieme a sua moglie, una donna dolce e delicata, aveva tirato su tre figli; ma dal giorno in cui anche l’ultimo figlio si sistemò e uscì di casa, la moglie di quell’uomo incominciò a perdere il sorriso, divenne sempre più esile e pallida. Non riusciva più a mangiare e in breve non si alzò più dal letto. Preoccupato, il marito la fece ricoverare in ospedale. Vennero al suo capezzale medici e poi specialisti, ma nessuno riusciva a capire che malattia fosse. L’ultimo specialista prese da parte quell’uomo rude e gli disse: «Direi… semplicemente… che sua moglie non ha più voglia di vivere!». Senza dire una parola quell’uomo si sedette accanto al letto della moglie e le prese la mano. Poi, con la sua voce grossa, disse deciso: «Tu non morirai!». «Perché?», chiese lei, con voce sottile. «Perché io ti voglio bene e ho bisogno di te!». Da quel momento la donna cominciò a migliorare e oggi sta bene. Medici e specialisti continuano a chiedersi che razza di malattia avesse e quale straordinaria medicina l’avesse guarita. È stata una semplice parola; una parola di bene, di affetto, di vicinanza che ha ricreato una situazione disperata.
I sacramenti della Chiesa hanno questo tipo di parole. In ogni celebrazione sacramentale ci sono delle parole efficaci, creative, capaci di dare vita a una nuova realtà. Chi le pronuncia con fede viene trasformato e comincia a vedere le cose in modo nuovo. Questa è la parola sacramentale: una parola che compie quello che dice. Mentre essa viene detta, accade quello che dice. Così sono le parole pronunciate dagli sposi il giorno delle nozze: «Io accolgo te; con la Grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre, di amarti, di onorarti…». Sono parole che realizzano materialmente ciò che dicono e che danno vita ad un rapporto di una qualità diversa che prima non esisteva. Con questa serie di brevi articoli che iniziamo oggi, rileggeremo una ad una queste parole così importanti con le quali gli sposi cristiani celebrano il sacramento delle nozze; cercheremo di comprenderne il senso evidenziando tutto lo spessore esistenziale che contengono e il loro profondo legame con la Parola di Dio.
2. «IO ACCOLGO TE». Scoprire la propria identità.
Le parole con le quali l’uomo e la donna si uniscono in matrimonio hanno un inizio solenne e maestoso. Ciascuno dei due è invitato ad affermare la propria identità personale e a pronunciare il proprio nome di battesimo. Chi si sposa è un uomo e una donna che ha la consapevolezza di se stesso; l’importanza di ciò che sta per accadere davanti all’altare del Signore richiede che i due sposi abbiano preso coscienza della loro identità: pronunciare con solennità il pronome personale «io» significa riconoscersi dentro la propria storia, ritrovarsi dentro quella scelta fondamentale e definitiva che si sta facendo. Perciò: «io» accolgo te, e non un altro; «io», con tutta la mia storia, con il mio carattere, con la mia intelligenza, con la mia vita affettiva! Nel momento in cui si fonda la vita matrimoniale occorre, dunque, aver trovato se stessi e conoscersi a fondo, affinché la scelta sia concreta e completa. Questo presuppone che durante il fidanzamento l’uomo e la donna abbiano imparato a svelarsi l’uno di fronte all’altro, ad approfondire la propria personalità, a plasmare il proprio carattere.
Ogni inizio, dunque, domanda di ritornare su se stessi per prendere consapevolezza di quello che sta per accadere e quali siano le richieste concrete di ciò che sta cominciando. Anche nella vita di Gesù di Nazareth accade qualcosa di simile: “In quei giorni Gesù venne da Nazareth di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, uscendo dall’acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come una colomba. E si sentì una voce dal cielo: Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto” (Mc 1,9-11). All’inizio della sua missione pubblica, Gesù vive un momento particolarissimo: prende coscienza del suo mandato, comprende lo scopo della sua missione, intuisce i risvolti concreti che avranno le sue scelte. Gli si apre la mente e il cuore e, come in una rivelazione illuminante, capisce quello che deve fare. È il momento in cui Gesù fa chiarezza su di sé, sulla sua missione, sulle sue responsabilità. Sulle rive del Giordano, dunque, Gesù viene confermato nella sua identità e viene rafforzato nella sua personalità, cosicché possa iniziare con efficacia la sua opera di bene per Israele. Ma come accade tutto questo? La conferma della sua identità e della sua missione Gesù non se la dà da solo, ma la riceve da un altro: dal Padre. “Tu sei il mio Figlio prediletto”, cioè colui che amo sopra ogni cosa! Gesù sente che la sua vita e la sua missione è voluta da Dio, suo Padre; sente che è amorevolmente appoggiato e sostenuto da Lui in tutto quello che farà, e ciò gli dà una grande sicurezza che quello che sta per iniziare è buono e giusto. In altre parole, Gesù prende consapevolezza di sé e della propria missione, acquista sicurezza e forza soltanto quando si mette in relazione con Dio, suo Padre. Solo davanti al Padre dei cieli Gesù sa chi è, sa di essere il Figlio, salvatore del mondo!
Tutto ciò è vero anche per gli sposi. È una grande illusione pensare di conoscersi da soli, senza confronto, restando chiusi in se stessi. Fintanto che non c’è apertura e confronto sincero con l’altro, non riusciremo mai a comprendere a fondo la nostra identità e a dire con verità quell’«io» che pronunciamo il giorno delle nozze. L’altro, dunque, mi aiuta a capire meglio me stesso; mi svela, mi mette a nudo, tira fuori il mio vero «io», mette in luce parti di me che altrimenti sarebbero rimaste sempre al buio, sconosciute. Il proprio sposo o la propria sposa è colui che ti aiuta a liberarti di tutto quello che tu non sei, per trovare la tua profonda identità. Questo è il lavoro del fidanzamento, ma anche quello degli sposi quando la vita assieme ti scolpisce l’anima, togliendo tutto ciò che è superfluo, fino a svelare l’opera d’arte che c’è in te.
3. «IO ACCOLGO TE». Chiamati per nome.
Il matrimonio ha uno stretto rapporto con il battesimo attraverso il nome, pronunciato dagli sposi all’inizio della formula del consenso. Esso indica la persona stessa che nella sua originalità si distingue dalla massa degli individui. Noi non siamo dei numeri nella massa; chi si sposa non è uno qualunque, ma ha un nome, egli è il suo nome. Conosciamo tutta la dolcezza che ha il nome nel rapporto amoroso ed affettivo degli amanti: ha una potenza straordinaria, possiede un grado di realtà molto grande; ha la forza evocativa di rendere presente proprio quella persona – e non un’altra –, per la quale si è pronti a donare la propria vita. Ma non è solo questo. Ogni cristiano entra nella Chiesa con un nome preciso: i genitori hanno scelto un nome normalmente di famiglia, pensando anche, lodevolmente, ad un santo patrono. Ma dovrebbero pensare soprattutto al fatto che Gesù, buon pastore, “chiama le pecore per nome” (Gv 10,3), con ciascuno cioè ha un rapporto unico e irripetibile; ed inoltre che c’è da gioire perché i nostri nomi sono scritti nei cieli (Lc 10,20), cioè siamo e viviamo in Dio.
Chi si presenta al matrimonio, dunque, è una persona che ha un nome, quello che le è stato dato nel giorno del battesimo. Il nome indica appartenenza; ma il nome del cristiano indica ancor di più appartenenza a Cristo. Per sottolineare questa realtà fondamentale, il nuovo rito del matrimonio, tra le varie modifiche apportate, ha introdotto all’inizio della celebrazione il ricordo delle promesse battesimali. Gli sposi, prima di celebrare il loro matrimonio, fanno memoria della loro propria identità cristiana: lì, davanti all’altare del Signore, ci sono due cristiani che si sposano, due persone che appartengono a Gesù Cristo e nelle quali abita lo Spirito santo che li rende figli di Dio! Questa realtà è ben descritta da san Paolo, nelle sue lettere:“Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo… Non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo” (Gal 3,27-28). Il matrimonio è il sacramento dell’unità e dell’amore, ma questo è vissuto in Cristo: è Lui che caratterizza e rende unico l’amore di attrazione tra uomo e donna. Poiché ciascuno, nel battesimo, si è rivestito di Cristo, di conseguenza gli sposi si amano con le caratteristiche dell’amore di Gesù per gli uomini: un amore totale, senza riserve, disinteressato e che arriva fino a dare la vita. Si tratta di una realtà presente, viva e possibile nel cuore di ognuno degli sposi che possono dire con san Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato stesso per me” (Gal 2,20).
Il nome, dunque, ci rimanda alla chiamata e alla vocazione di ciascuno. Tale chiamata è intimamente rivolta ad una persona che è unica, irripetibile e originale, che ha un nome esclusivamente suo, diverso dagli altri! In questo modo, ognuno degli sposi, con il suo nome proprio è chiamato a rispondere a questa vocazione a partire da se stesso: da ciò che è come uomo o donna e da come vive la sua unione con Cristo. La propria vita spirituale e la adesione a Gesù Cristo e alla sua Parola non è indifferente, in ordine al sacramento del matrimonio! È invece la base imprescindibile perché si possa realizzare la propria vocazione fondamentale e affinché si faccia dell’amore verso l’altro un autentico ed efficace sacramento dell’amore di Gesù Cristo per gli uomini. Gli sposi cristiani, uniti a Cristo nel battesimo, sono chiamati con il loro amore a riprodurre nella comunità l’Amore di Dio per gli uomini; primariamente tra di loro, donandosi la vita fino alla fine per amore, e conseguentemente agli altri, ai figli che verranno e a quanti li avvicineranno.
4. «IO ACCOLGO TE». Aprirsi al dono dell’altro.
Un giorno uno scapolo chiese al suo computer di trovargli la compagna perfetta: «Voglio una ragazza piccina e graziosa, che ami gli sport acquatici e le attività di gruppo». Dopo un po’ il computer rispose: «Sposa un pinguino». Molto spesso costruiamo le nostre relazioni umane su delle aspettative che ci portiamo dentro o su delle idee che abbiamo dell’altro, che il più delle volte non corrispondono alla realtà delle cose. In questo modo l’uomo e la donna vanno alla ricerca di qualcuno che colmi le loro esigenze e riducono la relazione d’amore ad una specie di “supermercato” dove ognuno prende quello che gli serve e che corrisponde ai suoi bisogni impellenti.
La formula del consenso matrimoniale contenuta nel nuovo rito del matrimonio ci apre, invece, alla dimensione del dono. La parola che viene pronunciata dagli sposi è proprio quella dell’apertura fiduciosa all’altro: io accolgo te. Gli sposi promettono reciprocamente di aprirsi alla concreta realtà dell’altro per abbracciare tutto il mondo della persona reale che è lì davanti: la sua diversità, la sua storia, il suo carattere, la sua educazione, i suoi desideri, i suoi sogni. Anche se gli sposi si sono scelti reciprocamente, tuttavia essi hanno sempre bisogno di accogliersi e di riscoprirsi come dono l’un per l’altro; infatti essi sono due persone che crescono, che camminano, che cambiano rivelando aspetti inediti e nuovi della propria personalità che hanno bisogno di essere ospitati reciprocamente con rinnovato impegno. Questo predispone e apre alla meraviglia e alla gratitudine: ogni dono è sempre una sorpresa inaspettata che viene a ringiovanire la relazione e a rinnovare l’amore coniugale. Chi accoglie veramente, dunque, non è soltanto un recettore passivo, fermo, statico e inerme, ma è soggetto di una vera e propria attività che gli domanda di sgomberare l’animo da ogni idea preconfezionata dell’altro per far posto all’originalità e al mistero della persona da accogliere.
Ma per accogliere veramente l’altro, con il suo modo di essere, la sua diversità e anche i suoi difetti, devo prima essermi distaccato da tutte le mie aspettative e aver creato uno spazio ospitale nel mio animo e nella mia vita. Accogliere l’altro per quello che è significa emigrare dal mio ‘io’ e dirigermi verso un mondo nuovo che non mi appartiene, che non conosco e che non possiedo totalmente. Questo è essenziale all’amore, poiché l’amore vive se è proiettato al di fuori di se stessi e se è totalmente lanciato verso l’altro. Potremmo affermare che è impossibile essere felicemente sposati con qualcuno, se prima non si è divorziato da se stessi!
La propria moglie e il proprio marito, dunque, sono un dono da accogliere incondizionatamente, senza volere che sia diverso da ciò che è. Qui si sperimenta una delle dimensioni più belle e, nello stesso tempo, più difficili dell’amore: amare l’altro non perché è perfetto o perché è l’esatta riproduzione di qualche nostro stupido sogno, ma semplicemente perché è una persona che ha la mia stessa dignità e il mio stesso valore. Il marito perfetto è quello che non vuole una moglie perfetta, ma che accoglie interamente il proprio coniuge per quello che è. Se dunque lo sposo o la sposa è capace di vera accoglienza, allora l’altro si sentirà limpidamente amato per se stesso e non per qualche suo merito o pregio. Di conseguenza, in questo clima di stima e di amore disinteressato ciascuno sarà capace di consegnarsi nelle mani del proprio coniuge senza paura di mostrare le proprie debolezze e fragilità.
5. «CON LA GRAZIA DI CRISTO». L’amore di gratuità.
Tra le modifiche recentemente apportate al Rito del matrimonio, all’interno della formula del consenso troviamo un’importante aggiunta che è l’oggetto della nostra riflessione: gli sposi si dichiarano il loro reciproco amore con l’aiuto della grazia di Cristo. Che cosa significa? Questa espressione fa riferimento all’amore completamente gratuito (la grazia) che Gesù Cristo ha avuto per tutti gli uomini e che continua a riversare su di noi oggi attraverso il dono dello Spirito santo. Per spiegare di che tipo di amore si parla, san Paolo lo mette in relazione con il peccato dell’uomo e scrive: “Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia, perché come il peccato aveva regnato con la morte, così regni anche la grazia con la giustizia per la vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo” (Rm 5,20-21). Solo un amore che si riversa su un uomo peccatore e malvagio che non ti può corrispondere è un amore totalmente gratuito!
Con questa espressione veniamo introdotti, dunque, nel tema della gratuità dell’amore. Per gli sposi cristiani che mettono Gesù Cristo a fondamento del loro matrimonio l’obiettivo verso cui tendere è quello di amarsi reciprocamente in modo incondizionato e senza riserve. La gratuità è una qualità dell’amore di Dio che egli ci ha rivelato nella vita di Gesù Cristo, il quale ha amato incondizionatamente gli uomini, senza cercare nessun tornaconto. Che cosa vuol dire amare gratuitamente? Significa ‘amare per niente’ cioè senza motivi, amare una persona non per quello che fa, per quello che mi dà o perché riempie la mia solitudine, ma amarla per ciò che è, senza scopi né fini personali. Due persone possono amarsi per vari motivi tutti validi: per esempio, lo sposo ama la sposa perché trova in lei lo stimolo e l’opportunità per crescere; oppure ci si ama per avere dei figli; o ancora ci si ama e ci si sposa per l’impegno di cambiare la società. Sono tutti dei buoni motivi, ma contengono in sé un pericolo: quello che siano perseguiti in maniera assoluta e che arrivino infine a distruggere la coppia. Infatti se ti amo e ti sposo perché tu mi aiuti a crescere umanamente e questo diventa lo scopo assoluto della coppia, si può incorrere nel rischio che se il marito si accorgesse che c’è una donna che lo fa crescere di più, lascerebbe la moglie per andare con un’altra. Allora vuol dire che quell’uomo non ha sposato la moglie, ma ha sposato la propria crescita: l’altro era, ed è, solo uno strumento per la propria crescita. L’amore di gratuità ci ricorda di amarci al di là di ogni motivo, mettendo al centro di tutto l’amore per l’altro come il vero assoluto della vita di coppia.
La tentazione di commercializzare l’amore, cioè di ricavarne sempre un piccolo tornaconto, si insinua continuamente fin nelle pieghe più profonde dell’animo umano. Ascoltiamo questo racconto. Una ricca signora tutta ingioiellata uscì da un lussuoso albergo dove aveva cenato e ballato per tutta la sera a una festa di beneficenza che raccoglieva fondi per i bambini poveri e abbandonati. Stava per accomodarsi sulla sua Rolls Royce, quando un ragazzino le si avvicinò piagnucolando: «Mi dia una monetina, signora, faccia la carità. Non mangio da due giorni!». La ricca signora si ritrasse inorridita ed esclamò: «Brutto ingrato che non sei altro! Ti rendi conto che è tutta la sera che ballo per te?». Anche quando si fa qualcosa per amore degli altri, possiamo farlo per sentirci importanti e quindi pretendere che gli altri ci siano riconoscenti; ma non ci accorgiamo che così facendo barattiamo l’amore con le nostre ambizioni e con il vanto di aver fatto qualcosa di bene. La gratuità dell’amore, che è la grazia di Cristo, sta ben oltre queste meschine pretese!
6. «PROMETTO DI ESSERTI FEDELE SEMPRE».
I due pilastri su cui si regge il matrimonio cristiano sono l’amore e la fedeltà. Si tratta di due realtà che possono essere vissute e interpretate in molti modi diversi, a volte anche contraddittori. In particolare, la fedeltà che gli sposi si dichiarano deve essere chiarita: di quale fedeltà si tratta? Nel modo comune di intendere la parola ‘fedeltà’ si pensa subito al passato: una persona è fedele quando rispetta la parola data, quando mantiene le promesse che ha fatto, quando esegue gli ordini e le consegne che ha ricevuto, e così via. Ma quando la parola ‘fedeltà’ viene pronunciata proprio qui, cioè all’inizio del matrimonio, nel momento in cui nasce questo sacramento, quando c’è più futuro che passato, che cosa si intende per fedeltà? Non può essere unicamente e soltanto fedeltà ad un impegno e ad una promessa passata, ma è soprattutto fedeltà ad un futuro da vivere accanto ad una persona concreta che cresce, cammina e matura con me.
Il fedele per eccellenza è Dio stesso. Egli è fedele a se stesso, alla sua natura che è quella di un amore che crea sempre cose nuove: Dio non ripete il ‘già fatto’, ma continua a inventare, a creare il ‘non fatto’. Egli è colui che crea nuove tutte le cose e lo fa per la crescita e il bene degli uomini, per l’espansione e il compimento del mondo. Pertanto la fedeltà ha a che fare con la novità! In questo senso si supera una concezione un po’ tradizionale di fedeltà che la considera ripetitiva, statica e monotona, dove si fanno sempre le stesse cose. Molto spesso è questo tipo di fedeltà a spaventare molti giovani di fronte ad un impegno di vita che sia ‘per sempre’, perché in esso vedono ripetizione, noia, fissità, immobilità. Ma se gli sposi imparano la loro fedeltà da quella di Dio, escono dalla monotonia e diventano anch’essi creativi perché iniziano a vivere non più una fedeltà al passato, ma ad una persona dinamica, che cresce, che cammina, che guarda avanti. La fedeltà che ci si promette il giorno delle nozze è quella di chi si prende cura del futuro dell’altro.
A cosa, dunque, si è fedeli? Potremmo dire che si è veramente fedeli quando siamo fedeli alla diversità della persona dell’altro. Questo significa rispetto della sua differenza, della sua originalità; perciò uno sposo o una sposa è fedele se stimola l’altro a valorizzarsi, a migliorarsi, a diventare sempre più se stesso. Inoltre si è davvero fedeli quando siamo fedeli al divenire dell’altro, cioè quando non solo ho sposato il suo passato e il suo presente, ma soprattutto quando ho sposato il suo futuro. Ciò vuol dire sposare la sorpresa e l’imprevedibilità che trovo nel mistero dell’altro che mi sta di fronte, significa sposare le possibilità inesauribili che la propria sposa o il proprio sposo contiene in sé. Da qui si capisce che la fedeltà per sempre non è niente di ripetitivo e monotono, ma che è una realtà estremamente vivace e da inventare ogni giorno.
La fedeltà a cui dico ‘sì’ il giorno delle nozze, dunque, è il mio ‘sì’ detto alla persona dell’altro che è sempre in divenire, in crescita, in mutamento. Ma si tratta anche di un ‘sì’ che non è soltanto mio, perché è sostenuto da Gesù Cristo che è stato fedele fino in fondo al disegno di Dio, suo Padre. Perciò il ‘sì’ pronunciato dagli sposi il giorno delle nozze è sostenuto ed è reso possibile grazie a Gesù Cristo, perché attraverso il battesimo gli sposi sono intimamente uniti a Lui. S. Paolo afferma questa verità quando dice: “Tutte le promesse di Dio, in Cristo sono divenute «sì». Per questo attraverso lui noi possiamo dire a Dio il nostro «Amen»” (2Cor 1,20), cioè anche noi, sulla parola di Gesù Cristo, abbiamo la forza di dire: sono sicuro, credo, ho fiducia!
7. «IO ACCOLGO TE» nella gioia e nel dolore.
Un giorno venne ricoverato in un reparto di terapia intensiva un paziente di nome Carlo. Era un uomo grande e grosso affetto da cancro alle ossa. Sebbene avesse molti dolori si lamentava raramente. La moglie lo seguiva con immenso amore e faceva in modo che ricevesse il miglior trattamento possibile. Dopo essere stato ricoverato diverse volte per la chemioterapia, le energie di Carlo si erano esaurite. L’ultima volta che venne ricoverato soffriva così tanto che era difficile prendersi cura di lui, perché anche i medici sapevano bene che non c’era più molto da fare. Era ormai in fase terminale e il suo dolore era così intenso che nessuna medicina bastava più a calmarlo. Sua moglie riusciva a malapena a passare qualche minuto sola con lui.
Una notte, verso la fine del turno, l’infermiera fece un ultimo giro per il reparto e andò a dare un’occhiata a Carlo. Aprì piano la porta della sua camera per non svegliarlo. Uno spiraglio di luce entrò dal corridoio e illuminò la camera come chiaro di luna. L’infermiera guardò verso il letto e non riuscì a trattenere un gemito di sorpresa. Carlo era steso sulla schiena, nella posizione che era più scomoda e dolorosa per lui. Stesa vicino a lui c’era sua moglie che gli teneva la testa appoggiata sulla spalla, rannicchiata al suo fianco come un piccolo cerbiatto vicino alla madre. Dormiva così profondamente che si sentiva il respiro uscirle dalla bocca con un sibilo leggero. L’infermiera rimase in piedi sulla porta sentendosi un’intrusa. Quando fece per andarsene, Carlo aprì gli occhi e sorrise dicendo con un filo di voce: «Va tutto bene! Va tutto bene!».
L’amore degli sposi passa anche attraverso il dolore e la sofferenza. Se da un lato questo può spaventare, dall’altro diventa un’importante opportunità per rinforzare la propria fede in Dio che ha messo un seme di vita anche nelle situazioni più dolorose e amare. Quando nella vita matrimoniale si presentano malattie e sofferenze gli sposi cristiani sono chiamati a vivere l’amore reciproco come empatia. Si tratta di una modalità molto concreta e reale di vivere l’amore sponsale, fatta di vicinanza e di condivisione della parte più profonda e intima della propria vita, quella dei sentimenti quella del ‘sentire insieme’. Molte volte di fronte a certe malattie che colpiscono uno degli sposi non si trovano parole da pronunciare, non ci sono consigli adeguati da dare; anzi qualsiasi cosa si dica sa di retorica e di banalità. Ci sentiamo totalmente impotenti verso la persona amata e questo ci provoca un grande imbarazzo che ci blocca: non sappiamo cosa fare per aiutare il proprio coniuge malato e sofferente. È il momento di dare spazio alla presenza e ai gesti! La vicinanza empatica con il proprio sposo o sposa è quella che percepisci quando le tue sofferenze sono condivise e comprese dall’altro; qui si realizza concretamente la parola di Dio che per bocca di Paolo afferma: “Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri” (Rm 12,15). Poiché il dolore e la sofferenza sono inspiegabili e irrazionali, non vanno affrontati e vissuti con parole e ragionamenti, ma ad un livello esistenziale molto più profondo: quello della relazione totale, completa, sincera e profonda. L’empatia è un modo di vivere il rapporto con l’altro profondo e pieno, nel quale tutta la persona è coinvolta: la sua mente, i suoi sentimenti, il suo corpo, il suo tempo. È un amore totale, che si gioca completamente, senza indugi, senza riserve, senza maschere; sincero, puro, genuino, semplice, senza vergogna. Qui ci si incontra con il lato più umano e schietto dell’amore tra uomo e donna, dove la fragilità e la debolezza sono vissute come qualcosa di costitutivo dell’uomo e della donna, come parte della vita e dell’esistenza terrena. Amarsi con tutto se stessi nella gioia e nel dolore significa quindi amarsi da uomini e donne veri, autentici, sinceri.
8. «IO ACCOLGO TE» e prometto di amarti (I°)
Siamo al cuore del matrimonio sacramentale: l’amore umano di un uomo e di una donna diventa segno, simbolo, rappresentazione dell’amore che Gesù Cristo ha avuto e continua ad avere per tutti gli uomini. Questo è il solo e unico amore che gli sposi cristiani si promettono! Ma proprio sull’amore ci sono molti fraintendimenti e interpretazioni diverse, che si discostano dal modello dell’amore di Gesù Cristo.
Nell’opinione comune, specialmente tra i giovani, è diffusa la convinzione che amare sia facile perché spontaneo, istintivo, immediato. L’amore-sentimento scoppia nell’uomo inaspettatamente; l’innamoramento, o il classico ‘colpo di fulmine’, ti prende all’improvviso e ti cattura. È come se l’amore con tutta la sua forza entrasse nella persona quasi di sorpresa e la dominasse. E allora ci si lascia trasportare da esso, lo si asseconda in tutto permettendo che sia lui a gestire i nostri comportamenti e la nostra vita. In questo modo, la persona ne sarebbe quasi “invasata”, quasi “espropriata”, posseduta dall’amore, invece che essere lei a gestirlo! Così scriveva Kirkegaard: «L’amore ha molti misteri, e questo primo invaghimento è anch’esso un mistero, e non il più piccolo».
Contro questa opinione comune, stupisce che nella bibbia e nel vangelo si parli dell’amore come di un comando! Ai suoi discepoli, poco prima di morire, dice: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13,34). Obbedire ad un comando non è spontaneo, ma costa impegno e fatica. Come è possibile, dunque, coniugare l’amore con il comando? Infatti, quando un amore è comandato, ci sembra falso, ipocrita, contraddittorio. Ma questa particolarità ci suggerisce l’idea che amare per davvero è un’impresa difficile, che non può essere lasciata alla spontaneità; anzi richiede cura, attenzione, custodia. Una bambina di dodici anni, una volta scrisse nel suo diario: «Vivendo e crescendo con i miei genitori, credevo che il loro amore non morisse mai. Immaginavo che fosse come un grande albero pronto a sfidare qualsiasi tempesta e soprattutto il tempo. Invece mi sono accorta che non è così, perché anche un grande albero può perdere lentamente i suoi rami e diventare secco. Mi hanno raccontato che i grandi amori, come gli alberi, non muoiono per un colpo di vento o per un poco di acqua in meno. Muoiono se li fai morire dentro, come è accaduto a mio padre e a mia madre». Come ogni realtà viva, l’amore può fiorire e può anche morire; perciò va curato, alimentato, costruito. E questo comporta un certo sforzo e impegno! Amare il proprio sposo o la propria sposa è, dunque, un atto di volontà, quindi una scelta, una decisione. Nel giorno delle nozze, mentre con emozione e trepidazione gli sposi pronunciano le parole del matrimonio, prevale l’entusiasmo e il trasporto dell’inizio. Ma quella promessa d’amore che gli sposi si fanno, prende tutta la sua concretezza quando poi ogni giorno dovranno rinnovarsi reciprocamente la decisione e la scelta di amarsi incondizionatamente.
Ma in che cosa consiste l’amore autentico che va al di là del sentimento? Che cosa devo comandare all’amore perché duri nel tempo? Gli devo ordinare perentoriamente di accogliere la concreta realtà dell’altro che ho di fronte. Ci riesce più facile e spontaneo amare l’idea che ho dell’altro perché in fondo non faccio che amare ancora e sempre me stesso, la mia idea dell’altro, appunto! Ma amare la persona reale e concreta di mia moglie o di mio marito, mi richiede la fatica di abbandonare l’idea che mi sono fatto di lui/lei, mi domanda un esodo da me stesso, dal mio «io» che tende a plasmare tutto a sua immagine e somiglianza. Questa operazione richiede un deciso atto di volontà, una scelta forte che solo un comando energico mi aiuta a fare. Ma in nome di che cosa? In nome sempre e ancora dell’amore per l’altro che ho di fronte!
9. «IO ACCOLGO TE» e prometto di amarti (II°)
Al momento del loro matrimonio, gli sposi cristiani promettono di amarsi reciprocamente. Ma che tipo di amore è? La risposta a questa domanda non è ovvia, né scontata. Infatti, il matrimonio come sacramento esiste come segno testimoniale dell’amore che Gesù Cristo ha avuto e continua ad avere per la Chiesa, la comunità dei credenti. Tant’è vero che la stessa Parola di Dio ha paragonato Gesù allo sposo che ama l’umanità sua sposa. Il modello dell’amore che gli sposi cristiani hanno davanti non può essere altro che quello di Gesù! Nella lettera agli Efesini si legge: “Come Cristo ha amato la Chiesa, così lo sposo è chiamato ad amare la sua sposa” (cf. Ef 5,25). A partire da qui, gli sposi possono imparare l’amore guardando al Signore Gesù, alla sua vita, alle sue scelte, a come egli lo vive e lo esprime nei Vangeli. Avvicinarsi e conoscere sempre più Gesù è la via privilegiata e fondamentale per imparare ad amare il proprio marito e la propria moglie da cristiani. Quali sono, dunque, le caratteristiche dell’amore di Gesù che anche gli sposi possono vivere tra di loro?
Gesù ama con totale gratuità. Egli sceglie di incarnarsi e di farsi uomo senza chiedere nulla in contraccambio. La sua è una scelta unilaterale; è una decisione senza condizioni. Non c’è merito nostro, ma unicamente dono di Dio che decide di amarci incondizionatamente. Inoltre, sceglie liberamente di “farsi carne”, come afferma il vangelo di Giovanni (Gv 1,14). Poteva dire “si fece uomo”; invece preferisce dire “carne” per sottolineare la fragilità e la debolezza dell’essere umano che Gesù accoglie e fa diventare sua. Dio si fa fragile, si fa compagno di strada dell’uomo nella sua debolezza e nella sua impotenza. Pertanto, l’amore tra sposo e sposa è quello che corre tra due persone deboli e non perfette! Amare la carne dell’altro vuol dire accogliere amorevolmente la persona anche con le sue fragilità e imperfezioni. Ecco la gratuità: uno sposo (e viceversa) non può amare la sua sposa perché è irreprensibile, giusta, buona, brava…, ma unicamente per se stessa, per ciò che è. Ogni altro tipo di amore sarebbe sempre sottilmente interessato.
Gesù ama mettendo al centro l’altro. Lungo tutta la sua vita, Gesù non ha pensato a sé, ad affermarsi o ad imporsi sugli altri: ha deposto invece il suo «io» per dare spazio alle attese, ai problemi e ai sogni dell’altro. La sua stessa morte in croce è la conseguenza di una vita totalmente spesa nel dono di sé agli altri: è uscito da sé, si è aperto a possibilità nuove, ha amplificato se stesso. Si è donato a tal punto agli uomini che ha raggiunto una vita pienamente realizzata: la risurrezione. Allo stesso modo, gli sposi si amano mettendo al centro l’altro nella reciprocità della relazione. Perché l’altro sia al centro, però, è necessario togliere potere al proprio «io»; non si tratta di annullarsi di fronte all’altro, ma piuttosto di smettere dall’essere il centro di tutto. Questo tipo di amore non elimina l’altro nella sua personalità, ma gli toglie la centralità e lo depone dalla sua sovranità. Questo è l’amore che prepara uno spazio accogliente all’altro affinché egli cresca.
Gesù ama con un amore di meraviglia. L’evento più straordinario e inaspettato di tutta la vita di Gesù fu senz’altro la sua risurrezione. Dio Padre ha regalato a suo figlio Gesù Cristo la risurrezione che per i discepoli e le donne che lo seguivano ha prodotto uno stupore totale. Quale meraviglia, insieme a timore, hanno provato le donne quando hanno trovato la pietra del sepolcro ribaltata e un angelo che annunciava: “Non è qui, è risorto”? Anche l’amore dell’uomo e della donna dovrebbe essere l’esperienza della meraviglia: questo ci permette di superare la monotonia e la noia della quotidianità. Infatti l’amore cresce quando viene coltivato lo stupore, cioè l’atteggiamento di continua sorpresa di fronte all’altro. Chi pretende di conoscere tutto del proprio sposo o della propria sposa, non ha più nulla da scoprire: si è impadronito dell’altro e per lui tutto diventa scontato. Invece l’altro non è mai uguale: c’è sempre qualcosa di nuovo in lui. In questo modo si tiene vivo e palpitante l’amore e la vita insieme diventa un’avventura sempre nuova, capace di stupirci ogni giorno.
10. «IO ACCOLGO TE» e prometto di onorarti.
Un celebre libro sull’amore dello scrittore e filologo irlandese C. S. Lewis porta un titolo curioso e stimolante: I quattro amori. L’espressione vuole sottolineare la ricchezza e la varietà del rapporto d’amore, che si presenta come affetto, amicizia, eros e carità. Infatti l’amore è una realtà viva e dinamica che abbraccia la vita di tutti gli uomini e che manifesta tutta la sua bellezza proprio nella vita di coppia. Nell’amore autentico, quindi, vi è una crescita, uno sviluppo, una progressione: in chi si ama veramente la relazione non può rimanere sempre la stessa a venti, a quaranta o a sessant’anni. Ogni rapporto, ogni legame amoroso, soprattutto quello degli sposi, per vivere deve cambiare, deve crescere, svilupparsi, altrimenti finisce e muore.
Nella formula del consenso matrimoniale vi è un’espressione particolare che sottolinea un modo proprio degli gli sposi di amarsi. Dopo la promessa sull’amore, quasi a voler specificare ancora di che cosa si tratta, essi aggiungono: prometto di onorarti. Cosa significa questa espressione? Nell’immaginario comune la parola “onore” fa riferimento all’importanza e al valore della personalità che ho davanti, al riconoscimento della dignità della persona che merita rispetto e venerazione. Ma se volessimo specificare ancora meglio il significato di questa parola, dobbiamo andare all’etimologia del verbo “onorare”. Esso deriva da due termini latini, e cioè “onus dare”, che letteralmente significano “dare peso”. Pertanto, “onorare qualcuno” vuol dire “dargli importanza”, prendere in seria considerazione la persona a cui mi rivolgo e con la quale entro in relazione. Se proviamo a riferire questi significati alla relazione di coppia, scopriamo delle sfumature e delle tonalità dell’amore molto concrete e interessanti. Il marito che onora la propria moglie (e viceversa) è colui che la riconosce importante, che la stima e le dà valore; è colui che dà peso alle sue parole e alle sue idee, che la interpella di fronte alle decisioni, che ascolta il suo parere sulle questioni importanti e su quelle ordinarie, è colui che si confronta con lei, che dialoga, che la ascolta con attenzione e che dà importanza ai suoi sentimenti. Quando do onore a mia moglie o a mio marito non c’è nulla di lui o di lei che mi lascia indifferente: ogni cosa ha il suo peso e la sua importanza. Chi invece valuta, decide e sceglie da solo, senza il bisogno di nessuno, senza tener conto delle idee o del parere del proprio coniuge, lo sta dis-onorando! Perciò, “onorare” la propria moglie o il proprio marito è quel particolare aspetto dell’amore che riconosce l’altro importante e degno di essere ascoltato, perché il suo pensiero, il suo parere, le sue parole contano e sono importanti. In questo modo, la persona si sentirà valorizzata e stimata, più viva e fiduciosa. Non c’è nulla quanto questo tipo di amore che è capace di far rivivere un uomo o una donna e dargli fiducia nella vita.
Qualche tempo, fa un amico medico mi raccontava un fatto che era accaduto ad un suo paziente. Un anziano signore che era ricoverato nel suo reparto di ospedale non dava alcun segno di miglioramento. Da dieci giorni ormai, l’anziano non reagiva più alle cure. Si era abbandonato sul letto di ospedale e sembrava non avesse più voglia di lottare per la vita; era stanco e rassegnato. Ma un giorno, il medico passò a visitarlo come di consueto ed ebbe una sorpresa. Tutti i valori dell’anziano signore erano tornati a posto. Il vecchietto stava seduto, appoggiato ai cuscini e aveva ripreso colore. «Ma cosa le è successo?», chiese il dottore. «Solo ieri disperavamo per la sua vita. E adesso tutto funziona a meraviglia! Si può sapere cosa le è capitato?». L’anziano signore sorrise, Annuì a lungo e disse: «Ha ragione. Qualcosa è capitato. Ieri è venuto a trovarmi mio nipotino e mi ha detto: “Nonno, devi tornare subito a casa: la mia bicicletta si è rotta!”». La cura più bella che abbiamo per riprendere vita ed energia è l’amore di chi ci fa sentire importanti, degni di stima e di valore. Anche per gli sposi, dunque, onorarsi reciprocamente vuol dire sentirsi importanti per l’altro, sentire che io conto per te e quindi mi sento vivo. Chi impara ad onorarsi così, si dona reciprocamente vita e fiducia nel futuro.
11. «IO ACCOLGO TE» ogni giorno della vita.
Il momento più impegnativo della formula del consenso matrimoniale è senz’altro quando i due sposi si dichiarano di amarsi per tutti i giorni della vita. La prospettiva di una unione che duri per sempre può a volte spaventare i giovani sposi, perché dà loro l’impressione di un impegno troppo oneroso che li vincola ad un futuro ignoto e imprevedibile. Ad uno sguardo immediato, globale e complessivo, il “per sempre” può impaurire; ci si sente inadeguati e mai pronti ad una promessa così a lungo termine; si ha come l’impressione di un carico troppo pesante da sopportare, sotto il quale prima o poi si cederà. Eppure è nella natura dell’amore vero e autentico impegnarsi in una relazione che duri per la vita: il dono di se stessi, della propria vita, all’altro non può che essere totale e definitivo, altrimenti si ha la percezione di una relazione non vera nella quale ci si sente usati e poi gettati via perché non più utili. Un rapporto che fin dall’inizio si sa essere temporaneo, a “tempo determinato”, va ad inquinare l’amore stesso che si trasforma pura autogratificazione e autocompiacimento personale. Chi ama la propria moglie o il proprio marito “a scadenza” non lo ama proprio, ma lo “adopera” per la propria autorealizzazione, per sentirsi gratificato e quando l’altro non mi soddisfa più, lo scarico come uno oggetto consumato.
Da queste riflessioni si comprende molto bene che il rapporto con il tempo è di fondamentale importanza per la relazione matrimoniale. Del resto, parlare di tempo, significa parlare di noi e della nostra vita, poiché noi siamo tempo! Ma qual è la maniera giusta di “stare” nel tempo? Di vivere il tempo? Nel vangelo di Matteo, il Signore Gesù ci dà una indicazione importante: “Non preoccupatevi del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena” (Mt 6,34). Questa è la strada indicata per poter vivere con sufficiente serenità il “per sempre” della promessa matrimoniale. Infatti non ci viene naturale “stare” consapevolmente dentro al nostro presente. La vita frenetica dei nostri giorni ci strattona da mille parti, ci dis-trae fino al punto che viviamo come portati lontano dal nostro presente perché tutti proiettati nel futuro oppure legati e vincolati ad un passato da cui non riusciamo a liberarci. Eppure, la saggezza del vangelo ci invita a vivere momento per momento il nostro presente, a goderci quello che qui, ora, ci accade e ci capita, un po’ alla volta. Un grande castello non si costruisce mattone per mattone? Se li prendiamo tutti insieme nessuno potrebbe reggere il peso di milioni di mattoni, ma se li afferriamo uno ad uno sicuramente ci risulterà facile a costruire il castello. Allo stesso modo la fedeltà al “per sempre” la si costruisce giorno dopo giorno!
Una favola antica racconta di un orologiaio saggio che stava aggiustando il pendolo di un vecchio orologio, quando d’un tratto, con sua grande sorpresa, lo sentì parlare. «Per favore, signore, mi, lasci stare» supplicò il pendolo. «Mi farebbe questa gentilezza? Mi lasci rotto, così come sono! Pensi a quante volte dovrò battere le ore, notte e giorno. Tanti battiti al minuto, sessanta minuti all’ora, ventiquattro ore al giorno, trecentosessantacinque giorni all’anno. Anno dopo anno, milioni di colpi… Non ce la farò mai». Ma quell’orologiaio gli diede una risposta molto saggia: «Non pensare al futuro. Batti un colpo volta per volta e te li godrai fino alla fine dei tuoi giorni». Fu proprio ciò che il pendolo decise di fare e ancora sta battendo felice il tempo. Così si costruisce l’impossibile fedeltà matrimoniale: giorno dopo giorno, ora dopo ora, minuto dopo minuto, cogliendo l’occasione nell’attimo presente, senza mai rimandare a domani le parole e i gesti dell’amore. Il “per sempre” non sarà mai insopportabile e noioso se lo si vive a fondo attimo dopo attimo; non diventerà mai un peso insostenibile se lo svincoliamo dai rancori del passato e dalla zavorra del risentimento che ci frena e ci appesantisce la vita; non sarà mai una delusione se ci liberiamo dall’illusione che domani ci sarà qualcosa di migliore. Ora, adesso, il tuo presente è il momento migliore: l’unico che ti è dato da vivere! Se lo gusti fino in fondo, non ti deluderà.
12. «IO ACCOLGO TE PER SEMPRE»: il tempo della salvezza.
Gli antichi saggi orientali descrivevano il tempo in questo modo: «Ieri è storia, domani è un mistero, oggi è un dono; per questo si chiama presente!». In questo proverbio viene sottolineata la caratteristica dell’attimo presente come “dono”, come il momento opportuno in cui accogliere consapevolmente la vita che ci viene offerta nell’istante che ci è regalato, come il solo che realmente e concretamente ci appartiene. Questa concezione del tempo si avvicina a quella cristiana, poiché nella bibbia viene detto che il tempo è creato da Dio e quindi ha un valore positivo: è il segno della cura e dell’amore che Dio ha per tutti gli uomini. In ogni attimo che noi viviamo, dunque, è contenuto un segno della presenza amorosa di Dio; vi è per noi l’opportunità di raccogliere il regalo d’amore che il Signore ci ha preparato, costituisce cioè una vera occasione di salvezza, di vivere una vita piena e realizzata. Il linguaggio biblico chiama questo tempo kairos che si distingue dal tempo cronologico, quello dello scorrere interminabile dei minuti, delle ore e dei giorni. Nel vangelo di Marco, le prime parole pronunciate da Gesù parlano proprio di questo kairos: «Il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino» (Mc 1,15). Si tratta di un tempo pieno della presenza di Dio, nel quale ogni istante e ogni attimo trasuda della cura e dell’amore che Dio ha per gli uomini; potremmo immaginarlo come un tempo “denso” da gustare in ogni suo momento perché in esso Dio ora è presente a nostro favore. In questa prospettiva cristiana, dunque, non c’è più nulla da aspettare, non esiste più un’attesa infruttuosa, un tempo vuoto e senza senso; tutto è già qui, ora, alla nostra portata, nelle nostre possibilità; il bene e la salvezza si sono già fatte presenti nel tempo e impregnano ogni istante della nostra esistenza.
Nella vita degli sposi cristiani questa prospettiva è di fondamentale importanza. Nel giorno del matrimonio, la coppia credente celebra il dono della salvezza a proprio favore; ossia riconosce l’amore incondizionato che Dio ha avuto per ciascuno dei due e, per tutto il tempo della loro vita, gli sposi si affidano a questa tenera cura di Dio. Ciò significa che i coniugi cristiani credono fermamente che ogni istante della loro vita insieme e che giorno che passano nell’amore reciproco è un’occasione per sentire su di loro l’amore misericordioso di Dio Padre. In forza di questa fede, allora, impareranno a valorizzare ogni attimo e ogni minuto della loro giornata per donarsi reciprocamente l’amore; non si lasceranno sfuggire l’occasione per vivere gesti, sguardi e parole d’amore l’un per l’altro e faranno di tutta la loro vita quotidiana un vero tempo di salvezza e di vita piena. Il segreto sta proprio qui: credere che in ogni istante della vita vi è un dono che Gesù Cristo ha preparato per noi, per la nostra felicità. La sapienza orientale ha tramandato un racconto che ci aiuta a capire questa verità.
Si racconta, infatti, che il potente e ricchissimo re di Bengodi riceveva ogni giorno l’omaggio dei suoi sudditi. Aveva conquistato tutti i regni possibili, aveva ricchezze immense e si annoiava un po’. In mezzo agli altri, puntuale ogni mattina, arrivava anche un silenzioso mendicante che portava al re una mela. Poi, sempre in silenzio, si ritirava. Il re, abituato a ricevere ben altri regali, con un gesto un po’ infastidito, accettava il dono, ma appena il mendicante voltava le spalle cominciava a deriderlo, imitato da tutta la corte. Il mendicante non si scoraggiava. Tornava ogni mattina a consegnare nelle mani del re il suo dono che il re deponeva meccanicamente in una cesta accanto al trono. La cesta, che conteneva tutte le mele portate dal mendicante con gentilezza e pazienza, ormai straripava. Un giorno, la scimmia prediletta del re prese uno di quei frutti e gli diede un morso, poi lo gettò via sputacchiando ai piedi del re. Il sovrano, sorpreso, vide apparire nel cuore della mela una perla iridescente. Fece subito aprire tutti i frutti accumulati nella cesta e trovò all’interno di ogni mela una perla. Meravigliato, il re fece chiamare lo strano mendicante e lo interrogò. «Ti ho portato questi doni, sire – rispose l’uomo – per farti comprendere che la vita ti offre ogni mattina un regalo straordinario, che tu dimentichi e butti via perché sei circondato da troppe ricchezze. Questo regalo è il nuovo giorno che comincia». Ognuno dei nostri giorni è come una perla preziosissima. Ciò che conta è accorgersene e non sprecarlo gettandolo via.
Fr. Lorenzo Raniero, ofm
«IO ACCOLGO TE»
Spiritualità del consenso matrimoniale.
Non ci sono parole tutte uguali. Esistono parole che sono chiacchiere effimere, comunicazioni fredde, informazioni scarne, avvisi precisi; oppure ci sono parole che danno vita, che creano relazioni, che costruiscono rapporti perché sono partecipate, condivise, piene di significato. Le nostre parole possono essere una semplice ‘emissione di voce’, oppure possono contenere la densità della vita, la corposità delle relazioni, la concretezza dell’esistenza. Le parole di Gesù che troviamo nel vangelo hanno il potere di cambiare la realtà; hanno una ricchezza e una pregnanza tale che realizzano quello che dicono. Per questo chi lo ascoltava e vedeva le sue opere esclamava con stupore: “Mai nessuno ha parlato come quest’uomo” (cf. Lc 4,36 ). Il contenuto della parola di Gesù si avvera nella vita degli uomini; la sua parola è un vero e proprio evento, un concreto accadimento.
Anche noi uomini facciamo esperienza di parole di questa portata: una dichiarazione d’amore, una promessa di amicizia, un’offerta del perdono, il dono della gratitudine, la lettura di una sentenza. Queste parole hanno uno spessore diverso da tutte le altre; non sono soltanto informazioni che mettono al corrente di un determinato fatto o semplici descrizioni di una realtà accaduta. Si tratta di parole ‘performative’ che creano una nuova realtà là dove prima non c’era nulla; sono parole che rendono reale ciò che esprimono e che producono qualcosa di nuovo.
Tempo fa mi è stata raccontata la storia di un uomo sposato, di mezza età, dai modi un po’ bruschi, più propenso a fare che a parlare. Assieme a sua moglie, una donna dolce e delicata, aveva tirato su tre figli; ma dal giorno in cui anche l’ultimo figlio si sistemò e uscì di casa, la moglie di quell’uomo incominciò a perdere il sorriso, divenne sempre più esile e pallida. Non riusciva più a mangiare e in breve non si alzò più dal letto. Preoccupato, il marito la fece ricoverare in ospedale. Vennero al suo capezzale medici e poi specialisti, ma nessuno riusciva a capire che malattia fosse. L’ultimo specialista prese da parte quell’uomo rude e gli disse: «Direi… semplicemente… che sua moglie non ha più voglia di vivere!». Senza dire una parola quell’uomo si sedette accanto al letto della moglie e le prese la mano. Poi, con la sua voce grossa, disse deciso: «Tu non morirai!». «Perché?», chiese lei, con voce sottile. «Perché io ti voglio bene e ho bisogno di te!». Da quel momento la donna cominciò a migliorare e oggi sta bene. Medici e specialisti continuano a chiedersi che razza di malattia avesse e quale straordinaria medicina l’avesse guarita. È stata una semplice parola; una parola di bene, di affetto, di vicinanza che ha ricreato una situazione disperata.
I sacramenti della Chiesa hanno questo tipo di parole. In ogni celebrazione sacramentale ci sono delle parole efficaci, creative, capaci di dare vita a una nuova realtà. Chi le pronuncia con fede viene trasformato e comincia a vedere le cose in modo nuovo. Questa è la parola sacramentale: una parola che compie quello che dice. Mentre essa viene detta, accade quello che dice. Così sono le parole pronunciate dagli sposi il giorno delle nozze: «Io accolgo te; con la Grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre, di amarti, di onorarti…». Sono parole che realizzano materialmente ciò che dicono e che danno vita ad un rapporto di una qualità diversa che prima non esisteva. Con questa serie di brevi articoli che iniziamo oggi, rileggeremo una ad una queste parole così importanti con le quali gli sposi cristiani celebrano il sacramento delle nozze; cercheremo di comprenderne il senso evidenziando tutto lo spessore esistenziale che contengono e il loro profondo legame con la Parola di Dio.
2. «IO ACCOLGO TE». Scoprire la propria identità.
Le parole con le quali l’uomo e la donna si uniscono in matrimonio hanno un inizio solenne e maestoso. Ciascuno dei due è invitato ad affermare la propria identità personale e a pronunciare il proprio nome di battesimo. Chi si sposa è un uomo e una donna che ha la consapevolezza di se stesso; l’importanza di ciò che sta per accadere davanti all’altare del Signore richiede che i due sposi abbiano preso coscienza della loro identità: pronunciare con solennità il pronome personale «io» significa riconoscersi dentro la propria storia, ritrovarsi dentro quella scelta fondamentale e definitiva che si sta facendo. Perciò: «io» accolgo te, e non un altro; «io», con tutta la mia storia, con il mio carattere, con la mia intelligenza, con la mia vita affettiva! Nel momento in cui si fonda la vita matrimoniale occorre, dunque, aver trovato se stessi e conoscersi a fondo, affinché la scelta sia concreta e completa. Questo presuppone che durante il fidanzamento l’uomo e la donna abbiano imparato a svelarsi l’uno di fronte all’altro, ad approfondire la propria personalità, a plasmare il proprio carattere.
Ogni inizio, dunque, domanda di ritornare su se stessi per prendere consapevolezza di quello che sta per accadere e quali siano le richieste concrete di ciò che sta cominciando. Anche nella vita di Gesù di Nazareth accade qualcosa di simile: “In quei giorni Gesù venne da Nazareth di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, uscendo dall’acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come una colomba. E si sentì una voce dal cielo: Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto” (Mc 1,9-11). All’inizio della sua missione pubblica, Gesù vive un momento particolarissimo: prende coscienza del suo mandato, comprende lo scopo della sua missione, intuisce i risvolti concreti che avranno le sue scelte. Gli si apre la mente e il cuore e, come in una rivelazione illuminante, capisce quello che deve fare. È il momento in cui Gesù fa chiarezza su di sé, sulla sua missione, sulle sue responsabilità. Sulle rive del Giordano, dunque, Gesù viene confermato nella sua identità e viene rafforzato nella sua personalità, cosicché possa iniziare con efficacia la sua opera di bene per Israele. Ma come accade tutto questo? La conferma della sua identità e della sua missione Gesù non se la dà da solo, ma la riceve da un altro: dal Padre. “Tu sei il mio Figlio prediletto”, cioè colui che amo sopra ogni cosa! Gesù sente che la sua vita e la sua missione è voluta da Dio, suo Padre; sente che è amorevolmente appoggiato e sostenuto da Lui in tutto quello che farà, e ciò gli dà una grande sicurezza che quello che sta per iniziare è buono e giusto. In altre parole, Gesù prende consapevolezza di sé e della propria missione, acquista sicurezza e forza soltanto quando si mette in relazione con Dio, suo Padre. Solo davanti al Padre dei cieli Gesù sa chi è, sa di essere il Figlio, salvatore del mondo!
Tutto ciò è vero anche per gli sposi. È una grande illusione pensare di conoscersi da soli, senza confronto, restando chiusi in se stessi. Fintanto che non c’è apertura e confronto sincero con l’altro, non riusciremo mai a comprendere a fondo la nostra identità e a dire con verità quell’«io» che pronunciamo il giorno delle nozze. L’altro, dunque, mi aiuta a capire meglio me stesso; mi svela, mi mette a nudo, tira fuori il mio vero «io», mette in luce parti di me che altrimenti sarebbero rimaste sempre al buio, sconosciute. Il proprio sposo o la propria sposa è colui che ti aiuta a liberarti di tutto quello che tu non sei, per trovare la tua profonda identità. Questo è il lavoro del fidanzamento, ma anche quello degli sposi quando la vita assieme ti scolpisce l’anima, togliendo tutto ciò che è superfluo, fino a svelare l’opera d’arte che c’è in te.
3. «IO ACCOLGO TE». Chiamati per nome.
Il matrimonio ha uno stretto rapporto con il battesimo attraverso il nome, pronunciato dagli sposi all’inizio della formula del consenso. Esso indica la persona stessa che nella sua originalità si distingue dalla massa degli individui. Noi non siamo dei numeri nella massa; chi si sposa non è uno qualunque, ma ha un nome, egli è il suo nome. Conosciamo tutta la dolcezza che ha il nome nel rapporto amoroso ed affettivo degli amanti: ha una potenza straordinaria, possiede un grado di realtà molto grande; ha la forza evocativa di rendere presente proprio quella persona – e non un’altra –, per la quale si è pronti a donare la propria vita. Ma non è solo questo. Ogni cristiano entra nella Chiesa con un nome preciso: i genitori hanno scelto un nome normalmente di famiglia, pensando anche, lodevolmente, ad un santo patrono. Ma dovrebbero pensare soprattutto al fatto che Gesù, buon pastore, “chiama le pecore per nome” (Gv 10,3), con ciascuno cioè ha un rapporto unico e irripetibile; ed inoltre che c’è da gioire perché i nostri nomi sono scritti nei cieli (Lc 10,20), cioè siamo e viviamo in Dio.
Chi si presenta al matrimonio, dunque, è una persona che ha un nome, quello che le è stato dato nel giorno del battesimo. Il nome indica appartenenza; ma il nome del cristiano indica ancor di più appartenenza a Cristo. Per sottolineare questa realtà fondamentale, il nuovo rito del matrimonio, tra le varie modifiche apportate, ha introdotto all’inizio della celebrazione il ricordo delle promesse battesimali. Gli sposi, prima di celebrare il loro matrimonio, fanno memoria della loro propria identità cristiana: lì, davanti all’altare del Signore, ci sono due cristiani che si sposano, due persone che appartengono a Gesù Cristo e nelle quali abita lo Spirito santo che li rende figli di Dio! Questa realtà è ben descritta da san Paolo, nelle sue lettere:“Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo… Non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo” (Gal 3,27-28). Il matrimonio è il sacramento dell’unità e dell’amore, ma questo è vissuto in Cristo: è Lui che caratterizza e rende unico l’amore di attrazione tra uomo e donna. Poiché ciascuno, nel battesimo, si è rivestito di Cristo, di conseguenza gli sposi si amano con le caratteristiche dell’amore di Gesù per gli uomini: un amore totale, senza riserve, disinteressato e che arriva fino a dare la vita. Si tratta di una realtà presente, viva e possibile nel cuore di ognuno degli sposi che possono dire con san Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato stesso per me” (Gal 2,20).
Il nome, dunque, ci rimanda alla chiamata e alla vocazione di ciascuno. Tale chiamata è intimamente rivolta ad una persona che è unica, irripetibile e originale, che ha un nome esclusivamente suo, diverso dagli altri! In questo modo, ognuno degli sposi, con il suo nome proprio è chiamato a rispondere a questa vocazione a partire da se stesso: da ciò che è come uomo o donna e da come vive la sua unione con Cristo. La propria vita spirituale e la adesione a Gesù Cristo e alla sua Parola non è indifferente, in ordine al sacramento del matrimonio! È invece la base imprescindibile perché si possa realizzare la propria vocazione fondamentale e affinché si faccia dell’amore verso l’altro un autentico ed efficace sacramento dell’amore di Gesù Cristo per gli uomini. Gli sposi cristiani, uniti a Cristo nel battesimo, sono chiamati con il loro amore a riprodurre nella comunità l’Amore di Dio per gli uomini; primariamente tra di loro, donandosi la vita fino alla fine per amore, e conseguentemente agli altri, ai figli che verranno e a quanti li avvicineranno.
4. «IO ACCOLGO TE». Aprirsi al dono dell’altro.
Un giorno uno scapolo chiese al suo computer di trovargli la compagna perfetta: «Voglio una ragazza piccina e graziosa, che ami gli sport acquatici e le attività di gruppo». Dopo un po’ il computer rispose: «Sposa un pinguino». Molto spesso costruiamo le nostre relazioni umane su delle aspettative che ci portiamo dentro o su delle idee che abbiamo dell’altro, che il più delle volte non corrispondono alla realtà delle cose. In questo modo l’uomo e la donna vanno alla ricerca di qualcuno che colmi le loro esigenze e riducono la relazione d’amore ad una specie di “supermercato” dove ognuno prende quello che gli serve e che corrisponde ai suoi bisogni impellenti.
La formula del consenso matrimoniale contenuta nel nuovo rito del matrimonio ci apre, invece, alla dimensione del dono. La parola che viene pronunciata dagli sposi è proprio quella dell’apertura fiduciosa all’altro: io accolgo te. Gli sposi promettono reciprocamente di aprirsi alla concreta realtà dell’altro per abbracciare tutto il mondo della persona reale che è lì davanti: la sua diversità, la sua storia, il suo carattere, la sua educazione, i suoi desideri, i suoi sogni. Anche se gli sposi si sono scelti reciprocamente, tuttavia essi hanno sempre bisogno di accogliersi e di riscoprirsi come dono l’un per l’altro; infatti essi sono due persone che crescono, che camminano, che cambiano rivelando aspetti inediti e nuovi della propria personalità che hanno bisogno di essere ospitati reciprocamente con rinnovato impegno. Questo predispone e apre alla meraviglia e alla gratitudine: ogni dono è sempre una sorpresa inaspettata che viene a ringiovanire la relazione e a rinnovare l’amore coniugale. Chi accoglie veramente, dunque, non è soltanto un recettore passivo, fermo, statico e inerme, ma è soggetto di una vera e propria attività che gli domanda di sgomberare l’animo da ogni idea preconfezionata dell’altro per far posto all’originalità e al mistero della persona da accogliere.
Ma per accogliere veramente l’altro, con il suo modo di essere, la sua diversità e anche i suoi difetti, devo prima essermi distaccato da tutte le mie aspettative e aver creato uno spazio ospitale nel mio animo e nella mia vita. Accogliere l’altro per quello che è significa emigrare dal mio ‘io’ e dirigermi verso un mondo nuovo che non mi appartiene, che non conosco e che non possiedo totalmente. Questo è essenziale all’amore, poiché l’amore vive se è proiettato al di fuori di se stessi e se è totalmente lanciato verso l’altro. Potremmo affermare che è impossibile essere felicemente sposati con qualcuno, se prima non si è divorziato da se stessi!
La propria moglie e il proprio marito, dunque, sono un dono da accogliere incondizionatamente, senza volere che sia diverso da ciò che è. Qui si sperimenta una delle dimensioni più belle e, nello stesso tempo, più difficili dell’amore: amare l’altro non perché è perfetto o perché è l’esatta riproduzione di qualche nostro stupido sogno, ma semplicemente perché è una persona che ha la mia stessa dignità e il mio stesso valore. Il marito perfetto è quello che non vuole una moglie perfetta, ma che accoglie interamente il proprio coniuge per quello che è. Se dunque lo sposo o la sposa è capace di vera accoglienza, allora l’altro si sentirà limpidamente amato per se stesso e non per qualche suo merito o pregio. Di conseguenza, in questo clima di stima e di amore disinteressato ciascuno sarà capace di consegnarsi nelle mani del proprio coniuge senza paura di mostrare le proprie debolezze e fragilità.
5. «CON LA GRAZIA DI CRISTO». L’amore di gratuità.
Tra le modifiche recentemente apportate al Rito del matrimonio, all’interno della formula del consenso troviamo un’importante aggiunta che è l’oggetto della nostra riflessione: gli sposi si dichiarano il loro reciproco amore con l’aiuto della grazia di Cristo. Che cosa significa? Questa espressione fa riferimento all’amore completamente gratuito (la grazia) che Gesù Cristo ha avuto per tutti gli uomini e che continua a riversare su di noi oggi attraverso il dono dello Spirito santo. Per spiegare di che tipo di amore si parla, san Paolo lo mette in relazione con il peccato dell’uomo e scrive: “Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia, perché come il peccato aveva regnato con la morte, così regni anche la grazia con la giustizia per la vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo” (Rm 5,20-21). Solo un amore che si riversa su un uomo peccatore e malvagio che non ti può corrispondere è un amore totalmente gratuito!
Con questa espressione veniamo introdotti, dunque, nel tema della gratuità dell’amore. Per gli sposi cristiani che mettono Gesù Cristo a fondamento del loro matrimonio l’obiettivo verso cui tendere è quello di amarsi reciprocamente in modo incondizionato e senza riserve. La gratuità è una qualità dell’amore di Dio che egli ci ha rivelato nella vita di Gesù Cristo, il quale ha amato incondizionatamente gli uomini, senza cercare nessun tornaconto. Che cosa vuol dire amare gratuitamente? Significa ‘amare per niente’ cioè senza motivi, amare una persona non per quello che fa, per quello che mi dà o perché riempie la mia solitudine, ma amarla per ciò che è, senza scopi né fini personali. Due persone possono amarsi per vari motivi tutti validi: per esempio, lo sposo ama la sposa perché trova in lei lo stimolo e l’opportunità per crescere; oppure ci si ama per avere dei figli; o ancora ci si ama e ci si sposa per l’impegno di cambiare la società. Sono tutti dei buoni motivi, ma contengono in sé un pericolo: quello che siano perseguiti in maniera assoluta e che arrivino infine a distruggere la coppia. Infatti se ti amo e ti sposo perché tu mi aiuti a crescere umanamente e questo diventa lo scopo assoluto della coppia, si può incorrere nel rischio che se il marito si accorgesse che c’è una donna che lo fa crescere di più, lascerebbe la moglie per andare con un’altra. Allora vuol dire che quell’uomo non ha sposato la moglie, ma ha sposato la propria crescita: l’altro era, ed è, solo uno strumento per la propria crescita. L’amore di gratuità ci ricorda di amarci al di là di ogni motivo, mettendo al centro di tutto l’amore per l’altro come il vero assoluto della vita di coppia.
La tentazione di commercializzare l’amore, cioè di ricavarne sempre un piccolo tornaconto, si insinua continuamente fin nelle pieghe più profonde dell’animo umano. Ascoltiamo questo racconto. Una ricca signora tutta ingioiellata uscì da un lussuoso albergo dove aveva cenato e ballato per tutta la sera a una festa di beneficenza che raccoglieva fondi per i bambini poveri e abbandonati. Stava per accomodarsi sulla sua Rolls Royce, quando un ragazzino le si avvicinò piagnucolando: «Mi dia una monetina, signora, faccia la carità. Non mangio da due giorni!». La ricca signora si ritrasse inorridita ed esclamò: «Brutto ingrato che non sei altro! Ti rendi conto che è tutta la sera che ballo per te?». Anche quando si fa qualcosa per amore degli altri, possiamo farlo per sentirci importanti e quindi pretendere che gli altri ci siano riconoscenti; ma non ci accorgiamo che così facendo barattiamo l’amore con le nostre ambizioni e con il vanto di aver fatto qualcosa di bene. La gratuità dell’amore, che è la grazia di Cristo, sta ben oltre queste meschine pretese!
6. «PROMETTO DI ESSERTI FEDELE SEMPRE».
I due pilastri su cui si regge il matrimonio cristiano sono l’amore e la fedeltà. Si tratta di due realtà che possono essere vissute e interpretate in molti modi diversi, a volte anche contraddittori. In particolare, la fedeltà che gli sposi si dichiarano deve essere chiarita: di quale fedeltà si tratta? Nel modo comune di intendere la parola ‘fedeltà’ si pensa subito al passato: una persona è fedele quando rispetta la parola data, quando mantiene le promesse che ha fatto, quando esegue gli ordini e le consegne che ha ricevuto, e così via. Ma quando la parola ‘fedeltà’ viene pronunciata proprio qui, cioè all’inizio del matrimonio, nel momento in cui nasce questo sacramento, quando c’è più futuro che passato, che cosa si intende per fedeltà? Non può essere unicamente e soltanto fedeltà ad un impegno e ad una promessa passata, ma è soprattutto fedeltà ad un futuro da vivere accanto ad una persona concreta che cresce, cammina e matura con me.
Il fedele per eccellenza è Dio stesso. Egli è fedele a se stesso, alla sua natura che è quella di un amore che crea sempre cose nuove: Dio non ripete il ‘già fatto’, ma continua a inventare, a creare il ‘non fatto’. Egli è colui che crea nuove tutte le cose e lo fa per la crescita e il bene degli uomini, per l’espansione e il compimento del mondo. Pertanto la fedeltà ha a che fare con la novità! In questo senso si supera una concezione un po’ tradizionale di fedeltà che la considera ripetitiva, statica e monotona, dove si fanno sempre le stesse cose. Molto spesso è questo tipo di fedeltà a spaventare molti giovani di fronte ad un impegno di vita che sia ‘per sempre’, perché in esso vedono ripetizione, noia, fissità, immobilità. Ma se gli sposi imparano la loro fedeltà da quella di Dio, escono dalla monotonia e diventano anch’essi creativi perché iniziano a vivere non più una fedeltà al passato, ma ad una persona dinamica, che cresce, che cammina, che guarda avanti. La fedeltà che ci si promette il giorno delle nozze è quella di chi si prende cura del futuro dell’altro.
A cosa, dunque, si è fedeli? Potremmo dire che si è veramente fedeli quando siamo fedeli alla diversità della persona dell’altro. Questo significa rispetto della sua differenza, della sua originalità; perciò uno sposo o una sposa è fedele se stimola l’altro a valorizzarsi, a migliorarsi, a diventare sempre più se stesso. Inoltre si è davvero fedeli quando siamo fedeli al divenire dell’altro, cioè quando non solo ho sposato il suo passato e il suo presente, ma soprattutto quando ho sposato il suo futuro. Ciò vuol dire sposare la sorpresa e l’imprevedibilità che trovo nel mistero dell’altro che mi sta di fronte, significa sposare le possibilità inesauribili che la propria sposa o il proprio sposo contiene in sé. Da qui si capisce che la fedeltà per sempre non è niente di ripetitivo e monotono, ma che è una realtà estremamente vivace e da inventare ogni giorno.
La fedeltà a cui dico ‘sì’ il giorno delle nozze, dunque, è il mio ‘sì’ detto alla persona dell’altro che è sempre in divenire, in crescita, in mutamento. Ma si tratta anche di un ‘sì’ che non è soltanto mio, perché è sostenuto da Gesù Cristo che è stato fedele fino in fondo al disegno di Dio, suo Padre. Perciò il ‘sì’ pronunciato dagli sposi il giorno delle nozze è sostenuto ed è reso possibile grazie a Gesù Cristo, perché attraverso il battesimo gli sposi sono intimamente uniti a Lui. S. Paolo afferma questa verità quando dice: “Tutte le promesse di Dio, in Cristo sono divenute «sì». Per questo attraverso lui noi possiamo dire a Dio il nostro «Amen»” (2Cor 1,20), cioè anche noi, sulla parola di Gesù Cristo, abbiamo la forza di dire: sono sicuro, credo, ho fiducia!
7. «IO ACCOLGO TE» nella gioia e nel dolore.
Un giorno venne ricoverato in un reparto di terapia intensiva un paziente di nome Carlo. Era un uomo grande e grosso affetto da cancro alle ossa. Sebbene avesse molti dolori si lamentava raramente. La moglie lo seguiva con immenso amore e faceva in modo che ricevesse il miglior trattamento possibile. Dopo essere stato ricoverato diverse volte per la chemioterapia, le energie di Carlo si erano esaurite. L’ultima volta che venne ricoverato soffriva così tanto che era difficile prendersi cura di lui, perché anche i medici sapevano bene che non c’era più molto da fare. Era ormai in fase terminale e il suo dolore era così intenso che nessuna medicina bastava più a calmarlo. Sua moglie riusciva a malapena a passare qualche minuto sola con lui.
Una notte, verso la fine del turno, l’infermiera fece un ultimo giro per il reparto e andò a dare un’occhiata a Carlo. Aprì piano la porta della sua camera per non svegliarlo. Uno spiraglio di luce entrò dal corridoio e illuminò la camera come chiaro di luna. L’infermiera guardò verso il letto e non riuscì a trattenere un gemito di sorpresa. Carlo era steso sulla schiena, nella posizione che era più scomoda e dolorosa per lui. Stesa vicino a lui c’era sua moglie che gli teneva la testa appoggiata sulla spalla, rannicchiata al suo fianco come un piccolo cerbiatto vicino alla madre. Dormiva così profondamente che si sentiva il respiro uscirle dalla bocca con un sibilo leggero. L’infermiera rimase in piedi sulla porta sentendosi un’intrusa. Quando fece per andarsene, Carlo aprì gli occhi e sorrise dicendo con un filo di voce: «Va tutto bene! Va tutto bene!».
L’amore degli sposi passa anche attraverso il dolore e la sofferenza. Se da un lato questo può spaventare, dall’altro diventa un’importante opportunità per rinforzare la propria fede in Dio che ha messo un seme di vita anche nelle situazioni più dolorose e amare. Quando nella vita matrimoniale si presentano malattie e sofferenze gli sposi cristiani sono chiamati a vivere l’amore reciproco come empatia. Si tratta di una modalità molto concreta e reale di vivere l’amore sponsale, fatta di vicinanza e di condivisione della parte più profonda e intima della propria vita, quella dei sentimenti quella del ‘sentire insieme’. Molte volte di fronte a certe malattie che colpiscono uno degli sposi non si trovano parole da pronunciare, non ci sono consigli adeguati da dare; anzi qualsiasi cosa si dica sa di retorica e di banalità. Ci sentiamo totalmente impotenti verso la persona amata e questo ci provoca un grande imbarazzo che ci blocca: non sappiamo cosa fare per aiutare il proprio coniuge malato e sofferente. È il momento di dare spazio alla presenza e ai gesti! La vicinanza empatica con il proprio sposo o sposa è quella che percepisci quando le tue sofferenze sono condivise e comprese dall’altro; qui si realizza concretamente la parola di Dio che per bocca di Paolo afferma: “Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri” (Rm 12,15). Poiché il dolore e la sofferenza sono inspiegabili e irrazionali, non vanno affrontati e vissuti con parole e ragionamenti, ma ad un livello esistenziale molto più profondo: quello della relazione totale, completa, sincera e profonda. L’empatia è un modo di vivere il rapporto con l’altro profondo e pieno, nel quale tutta la persona è coinvolta: la sua mente, i suoi sentimenti, il suo corpo, il suo tempo. È un amore totale, che si gioca completamente, senza indugi, senza riserve, senza maschere; sincero, puro, genuino, semplice, senza vergogna. Qui ci si incontra con il lato più umano e schietto dell’amore tra uomo e donna, dove la fragilità e la debolezza sono vissute come qualcosa di costitutivo dell’uomo e della donna, come parte della vita e dell’esistenza terrena. Amarsi con tutto se stessi nella gioia e nel dolore significa quindi amarsi da uomini e donne veri, autentici, sinceri.
8. «IO ACCOLGO TE» e prometto di amarti (I°)
Siamo al cuore del matrimonio sacramentale: l’amore umano di un uomo e di una donna diventa segno, simbolo, rappresentazione dell’amore che Gesù Cristo ha avuto e continua ad avere per tutti gli uomini. Questo è il solo e unico amore che gli sposi cristiani si promettono! Ma proprio sull’amore ci sono molti fraintendimenti e interpretazioni diverse, che si discostano dal modello dell’amore di Gesù Cristo.
Nell’opinione comune, specialmente tra i giovani, è diffusa la convinzione che amare sia facile perché spontaneo, istintivo, immediato. L’amore-sentimento scoppia nell’uomo inaspettatamente; l’innamoramento, o il classico ‘colpo di fulmine’, ti prende all’improvviso e ti cattura. È come se l’amore con tutta la sua forza entrasse nella persona quasi di sorpresa e la dominasse. E allora ci si lascia trasportare da esso, lo si asseconda in tutto permettendo che sia lui a gestire i nostri comportamenti e la nostra vita. In questo modo, la persona ne sarebbe quasi “invasata”, quasi “espropriata”, posseduta dall’amore, invece che essere lei a gestirlo! Così scriveva Kirkegaard: «L’amore ha molti misteri, e questo primo invaghimento è anch’esso un mistero, e non il più piccolo».
Contro questa opinione comune, stupisce che nella bibbia e nel vangelo si parli dell’amore come di un comando! Ai suoi discepoli, poco prima di morire, dice: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13,34). Obbedire ad un comando non è spontaneo, ma costa impegno e fatica. Come è possibile, dunque, coniugare l’amore con il comando? Infatti, quando un amore è comandato, ci sembra falso, ipocrita, contraddittorio. Ma questa particolarità ci suggerisce l’idea che amare per davvero è un’impresa difficile, che non può essere lasciata alla spontaneità; anzi richiede cura, attenzione, custodia. Una bambina di dodici anni, una volta scrisse nel suo diario: «Vivendo e crescendo con i miei genitori, credevo che il loro amore non morisse mai. Immaginavo che fosse come un grande albero pronto a sfidare qualsiasi tempesta e soprattutto il tempo. Invece mi sono accorta che non è così, perché anche un grande albero può perdere lentamente i suoi rami e diventare secco. Mi hanno raccontato che i grandi amori, come gli alberi, non muoiono per un colpo di vento o per un poco di acqua in meno. Muoiono se li fai morire dentro, come è accaduto a mio padre e a mia madre». Come ogni realtà viva, l’amore può fiorire e può anche morire; perciò va curato, alimentato, costruito. E questo comporta un certo sforzo e impegno! Amare il proprio sposo o la propria sposa è, dunque, un atto di volontà, quindi una scelta, una decisione. Nel giorno delle nozze, mentre con emozione e trepidazione gli sposi pronunciano le parole del matrimonio, prevale l’entusiasmo e il trasporto dell’inizio. Ma quella promessa d’amore che gli sposi si fanno, prende tutta la sua concretezza quando poi ogni giorno dovranno rinnovarsi reciprocamente la decisione e la scelta di amarsi incondizionatamente.
Ma in che cosa consiste l’amore autentico che va al di là del sentimento? Che cosa devo comandare all’amore perché duri nel tempo? Gli devo ordinare perentoriamente di accogliere la concreta realtà dell’altro che ho di fronte. Ci riesce più facile e spontaneo amare l’idea che ho dell’altro perché in fondo non faccio che amare ancora e sempre me stesso, la mia idea dell’altro, appunto! Ma amare la persona reale e concreta di mia moglie o di mio marito, mi richiede la fatica di abbandonare l’idea che mi sono fatto di lui/lei, mi domanda un esodo da me stesso, dal mio «io» che tende a plasmare tutto a sua immagine e somiglianza. Questa operazione richiede un deciso atto di volontà, una scelta forte che solo un comando energico mi aiuta a fare. Ma in nome di che cosa? In nome sempre e ancora dell’amore per l’altro che ho di fronte!
9. «IO ACCOLGO TE» e prometto di amarti (II°)
Al momento del loro matrimonio, gli sposi cristiani promettono di amarsi reciprocamente. Ma che tipo di amore è? La risposta a questa domanda non è ovvia, né scontata. Infatti, il matrimonio come sacramento esiste come segno testimoniale dell’amore che Gesù Cristo ha avuto e continua ad avere per la Chiesa, la comunità dei credenti. Tant’è vero che la stessa Parola di Dio ha paragonato Gesù allo sposo che ama l’umanità sua sposa. Il modello dell’amore che gli sposi cristiani hanno davanti non può essere altro che quello di Gesù! Nella lettera agli Efesini si legge: “Come Cristo ha amato la Chiesa, così lo sposo è chiamato ad amare la sua sposa” (cf. Ef 5,25). A partire da qui, gli sposi possono imparare l’amore guardando al Signore Gesù, alla sua vita, alle sue scelte, a come egli lo vive e lo esprime nei Vangeli. Avvicinarsi e conoscere sempre più Gesù è la via privilegiata e fondamentale per imparare ad amare il proprio marito e la propria moglie da cristiani. Quali sono, dunque, le caratteristiche dell’amore di Gesù che anche gli sposi possono vivere tra di loro?
Gesù ama con totale gratuità. Egli sceglie di incarnarsi e di farsi uomo senza chiedere nulla in contraccambio. La sua è una scelta unilaterale; è una decisione senza condizioni. Non c’è merito nostro, ma unicamente dono di Dio che decide di amarci incondizionatamente. Inoltre, sceglie liberamente di “farsi carne”, come afferma il vangelo di Giovanni (Gv 1,14). Poteva dire “si fece uomo”; invece preferisce dire “carne” per sottolineare la fragilità e la debolezza dell’essere umano che Gesù accoglie e fa diventare sua. Dio si fa fragile, si fa compagno di strada dell’uomo nella sua debolezza e nella sua impotenza. Pertanto, l’amore tra sposo e sposa è quello che corre tra due persone deboli e non perfette! Amare la carne dell’altro vuol dire accogliere amorevolmente la persona anche con le sue fragilità e imperfezioni. Ecco la gratuità: uno sposo (e viceversa) non può amare la sua sposa perché è irreprensibile, giusta, buona, brava…, ma unicamente per se stessa, per ciò che è. Ogni altro tipo di amore sarebbe sempre sottilmente interessato.
Gesù ama mettendo al centro l’altro. Lungo tutta la sua vita, Gesù non ha pensato a sé, ad affermarsi o ad imporsi sugli altri: ha deposto invece il suo «io» per dare spazio alle attese, ai problemi e ai sogni dell’altro. La sua stessa morte in croce è la conseguenza di una vita totalmente spesa nel dono di sé agli altri: è uscito da sé, si è aperto a possibilità nuove, ha amplificato se stesso. Si è donato a tal punto agli uomini che ha raggiunto una vita pienamente realizzata: la risurrezione. Allo stesso modo, gli sposi si amano mettendo al centro l’altro nella reciprocità della relazione. Perché l’altro sia al centro, però, è necessario togliere potere al proprio «io»; non si tratta di annullarsi di fronte all’altro, ma piuttosto di smettere dall’essere il centro di tutto. Questo tipo di amore non elimina l’altro nella sua personalità, ma gli toglie la centralità e lo depone dalla sua sovranità. Questo è l’amore che prepara uno spazio accogliente all’altro affinché egli cresca.
Gesù ama con un amore di meraviglia. L’evento più straordinario e inaspettato di tutta la vita di Gesù fu senz’altro la sua risurrezione. Dio Padre ha regalato a suo figlio Gesù Cristo la risurrezione che per i discepoli e le donne che lo seguivano ha prodotto uno stupore totale. Quale meraviglia, insieme a timore, hanno provato le donne quando hanno trovato la pietra del sepolcro ribaltata e un angelo che annunciava: “Non è qui, è risorto”? Anche l’amore dell’uomo e della donna dovrebbe essere l’esperienza della meraviglia: questo ci permette di superare la monotonia e la noia della quotidianità. Infatti l’amore cresce quando viene coltivato lo stupore, cioè l’atteggiamento di continua sorpresa di fronte all’altro. Chi pretende di conoscere tutto del proprio sposo o della propria sposa, non ha più nulla da scoprire: si è impadronito dell’altro e per lui tutto diventa scontato. Invece l’altro non è mai uguale: c’è sempre qualcosa di nuovo in lui. In questo modo si tiene vivo e palpitante l’amore e la vita insieme diventa un’avventura sempre nuova, capace di stupirci ogni giorno.
10. «IO ACCOLGO TE» e prometto di onorarti.
Un celebre libro sull’amore dello scrittore e filologo irlandese C. S. Lewis porta un titolo curioso e stimolante: I quattro amori. L’espressione vuole sottolineare la ricchezza e la varietà del rapporto d’amore, che si presenta come affetto, amicizia, eros e carità. Infatti l’amore è una realtà viva e dinamica che abbraccia la vita di tutti gli uomini e che manifesta tutta la sua bellezza proprio nella vita di coppia. Nell’amore autentico, quindi, vi è una crescita, uno sviluppo, una progressione: in chi si ama veramente la relazione non può rimanere sempre la stessa a venti, a quaranta o a sessant’anni. Ogni rapporto, ogni legame amoroso, soprattutto quello degli sposi, per vivere deve cambiare, deve crescere, svilupparsi, altrimenti finisce e muore.
Nella formula del consenso matrimoniale vi è un’espressione particolare che sottolinea un modo proprio degli gli sposi di amarsi. Dopo la promessa sull’amore, quasi a voler specificare ancora di che cosa si tratta, essi aggiungono: prometto di onorarti. Cosa significa questa espressione? Nell’immaginario comune la parola “onore” fa riferimento all’importanza e al valore della personalità che ho davanti, al riconoscimento della dignità della persona che merita rispetto e venerazione. Ma se volessimo specificare ancora meglio il significato di questa parola, dobbiamo andare all’etimologia del verbo “onorare”. Esso deriva da due termini latini, e cioè “onus dare”, che letteralmente significano “dare peso”. Pertanto, “onorare qualcuno” vuol dire “dargli importanza”, prendere in seria considerazione la persona a cui mi rivolgo e con la quale entro in relazione. Se proviamo a riferire questi significati alla relazione di coppia, scopriamo delle sfumature e delle tonalità dell’amore molto concrete e interessanti. Il marito che onora la propria moglie (e viceversa) è colui che la riconosce importante, che la stima e le dà valore; è colui che dà peso alle sue parole e alle sue idee, che la interpella di fronte alle decisioni, che ascolta il suo parere sulle questioni importanti e su quelle ordinarie, è colui che si confronta con lei, che dialoga, che la ascolta con attenzione e che dà importanza ai suoi sentimenti. Quando do onore a mia moglie o a mio marito non c’è nulla di lui o di lei che mi lascia indifferente: ogni cosa ha il suo peso e la sua importanza. Chi invece valuta, decide e sceglie da solo, senza il bisogno di nessuno, senza tener conto delle idee o del parere del proprio coniuge, lo sta dis-onorando! Perciò, “onorare” la propria moglie o il proprio marito è quel particolare aspetto dell’amore che riconosce l’altro importante e degno di essere ascoltato, perché il suo pensiero, il suo parere, le sue parole contano e sono importanti. In questo modo, la persona si sentirà valorizzata e stimata, più viva e fiduciosa. Non c’è nulla quanto questo tipo di amore che è capace di far rivivere un uomo o una donna e dargli fiducia nella vita.
Qualche tempo, fa un amico medico mi raccontava un fatto che era accaduto ad un suo paziente. Un anziano signore che era ricoverato nel suo reparto di ospedale non dava alcun segno di miglioramento. Da dieci giorni ormai, l’anziano non reagiva più alle cure. Si era abbandonato sul letto di ospedale e sembrava non avesse più voglia di lottare per la vita; era stanco e rassegnato. Ma un giorno, il medico passò a visitarlo come di consueto ed ebbe una sorpresa. Tutti i valori dell’anziano signore erano tornati a posto. Il vecchietto stava seduto, appoggiato ai cuscini e aveva ripreso colore. «Ma cosa le è successo?», chiese il dottore. «Solo ieri disperavamo per la sua vita. E adesso tutto funziona a meraviglia! Si può sapere cosa le è capitato?». L’anziano signore sorrise, Annuì a lungo e disse: «Ha ragione. Qualcosa è capitato. Ieri è venuto a trovarmi mio nipotino e mi ha detto: “Nonno, devi tornare subito a casa: la mia bicicletta si è rotta!”». La cura più bella che abbiamo per riprendere vita ed energia è l’amore di chi ci fa sentire importanti, degni di stima e di valore. Anche per gli sposi, dunque, onorarsi reciprocamente vuol dire sentirsi importanti per l’altro, sentire che io conto per te e quindi mi sento vivo. Chi impara ad onorarsi così, si dona reciprocamente vita e fiducia nel futuro.
11. «IO ACCOLGO TE» ogni giorno della vita.
Il momento più impegnativo della formula del consenso matrimoniale è senz’altro quando i due sposi si dichiarano di amarsi per tutti i giorni della vita. La prospettiva di una unione che duri per sempre può a volte spaventare i giovani sposi, perché dà loro l’impressione di un impegno troppo oneroso che li vincola ad un futuro ignoto e imprevedibile. Ad uno sguardo immediato, globale e complessivo, il “per sempre” può impaurire; ci si sente inadeguati e mai pronti ad una promessa così a lungo termine; si ha come l’impressione di un carico troppo pesante da sopportare, sotto il quale prima o poi si cederà. Eppure è nella natura dell’amore vero e autentico impegnarsi in una relazione che duri per la vita: il dono di se stessi, della propria vita, all’altro non può che essere totale e definitivo, altrimenti si ha la percezione di una relazione non vera nella quale ci si sente usati e poi gettati via perché non più utili. Un rapporto che fin dall’inizio si sa essere temporaneo, a “tempo determinato”, va ad inquinare l’amore stesso che si trasforma pura autogratificazione e autocompiacimento personale. Chi ama la propria moglie o il proprio marito “a scadenza” non lo ama proprio, ma lo “adopera” per la propria autorealizzazione, per sentirsi gratificato e quando l’altro non mi soddisfa più, lo scarico come uno oggetto consumato.
Da queste riflessioni si comprende molto bene che il rapporto con il tempo è di fondamentale importanza per la relazione matrimoniale. Del resto, parlare di tempo, significa parlare di noi e della nostra vita, poiché noi siamo tempo! Ma qual è la maniera giusta di “stare” nel tempo? Di vivere il tempo? Nel vangelo di Matteo, il Signore Gesù ci dà una indicazione importante: “Non preoccupatevi del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena” (Mt 6,34). Questa è la strada indicata per poter vivere con sufficiente serenità il “per sempre” della promessa matrimoniale. Infatti non ci viene naturale “stare” consapevolmente dentro al nostro presente. La vita frenetica dei nostri giorni ci strattona da mille parti, ci dis-trae fino al punto che viviamo come portati lontano dal nostro presente perché tutti proiettati nel futuro oppure legati e vincolati ad un passato da cui non riusciamo a liberarci. Eppure, la saggezza del vangelo ci invita a vivere momento per momento il nostro presente, a goderci quello che qui, ora, ci accade e ci capita, un po’ alla volta. Un grande castello non si costruisce mattone per mattone? Se li prendiamo tutti insieme nessuno potrebbe reggere il peso di milioni di mattoni, ma se li afferriamo uno ad uno sicuramente ci risulterà facile a costruire il castello. Allo stesso modo la fedeltà al “per sempre” la si costruisce giorno dopo giorno!
Una favola antica racconta di un orologiaio saggio che stava aggiustando il pendolo di un vecchio orologio, quando d’un tratto, con sua grande sorpresa, lo sentì parlare. «Per favore, signore, mi, lasci stare» supplicò il pendolo. «Mi farebbe questa gentilezza? Mi lasci rotto, così come sono! Pensi a quante volte dovrò battere le ore, notte e giorno. Tanti battiti al minuto, sessanta minuti all’ora, ventiquattro ore al giorno, trecentosessantacinque giorni all’anno. Anno dopo anno, milioni di colpi… Non ce la farò mai». Ma quell’orologiaio gli diede una risposta molto saggia: «Non pensare al futuro. Batti un colpo volta per volta e te li godrai fino alla fine dei tuoi giorni». Fu proprio ciò che il pendolo decise di fare e ancora sta battendo felice il tempo. Così si costruisce l’impossibile fedeltà matrimoniale: giorno dopo giorno, ora dopo ora, minuto dopo minuto, cogliendo l’occasione nell’attimo presente, senza mai rimandare a domani le parole e i gesti dell’amore. Il “per sempre” non sarà mai insopportabile e noioso se lo si vive a fondo attimo dopo attimo; non diventerà mai un peso insostenibile se lo svincoliamo dai rancori del passato e dalla zavorra del risentimento che ci frena e ci appesantisce la vita; non sarà mai una delusione se ci liberiamo dall’illusione che domani ci sarà qualcosa di migliore. Ora, adesso, il tuo presente è il momento migliore: l’unico che ti è dato da vivere! Se lo gusti fino in fondo, non ti deluderà.
12. «IO ACCOLGO TE PER SEMPRE»: il tempo della salvezza.
Gli antichi saggi orientali descrivevano il tempo in questo modo: «Ieri è storia, domani è un mistero, oggi è un dono; per questo si chiama presente!». In questo proverbio viene sottolineata la caratteristica dell’attimo presente come “dono”, come il momento opportuno in cui accogliere consapevolmente la vita che ci viene offerta nell’istante che ci è regalato, come il solo che realmente e concretamente ci appartiene. Questa concezione del tempo si avvicina a quella cristiana, poiché nella bibbia viene detto che il tempo è creato da Dio e quindi ha un valore positivo: è il segno della cura e dell’amore che Dio ha per tutti gli uomini. In ogni attimo che noi viviamo, dunque, è contenuto un segno della presenza amorosa di Dio; vi è per noi l’opportunità di raccogliere il regalo d’amore che il Signore ci ha preparato, costituisce cioè una vera occasione di salvezza, di vivere una vita piena e realizzata. Il linguaggio biblico chiama questo tempo kairos che si distingue dal tempo cronologico, quello dello scorrere interminabile dei minuti, delle ore e dei giorni. Nel vangelo di Marco, le prime parole pronunciate da Gesù parlano proprio di questo kairos: «Il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino» (Mc 1,15). Si tratta di un tempo pieno della presenza di Dio, nel quale ogni istante e ogni attimo trasuda della cura e dell’amore che Dio ha per gli uomini; potremmo immaginarlo come un tempo “denso” da gustare in ogni suo momento perché in esso Dio ora è presente a nostro favore. In questa prospettiva cristiana, dunque, non c’è più nulla da aspettare, non esiste più un’attesa infruttuosa, un tempo vuoto e senza senso; tutto è già qui, ora, alla nostra portata, nelle nostre possibilità; il bene e la salvezza si sono già fatte presenti nel tempo e impregnano ogni istante della nostra esistenza.
Nella vita degli sposi cristiani questa prospettiva è di fondamentale importanza. Nel giorno del matrimonio, la coppia credente celebra il dono della salvezza a proprio favore; ossia riconosce l’amore incondizionato che Dio ha avuto per ciascuno dei due e, per tutto il tempo della loro vita, gli sposi si affidano a questa tenera cura di Dio. Ciò significa che i coniugi cristiani credono fermamente che ogni istante della loro vita insieme e che giorno che passano nell’amore reciproco è un’occasione per sentire su di loro l’amore misericordioso di Dio Padre. In forza di questa fede, allora, impareranno a valorizzare ogni attimo e ogni minuto della loro giornata per donarsi reciprocamente l’amore; non si lasceranno sfuggire l’occasione per vivere gesti, sguardi e parole d’amore l’un per l’altro e faranno di tutta la loro vita quotidiana un vero tempo di salvezza e di vita piena. Il segreto sta proprio qui: credere che in ogni istante della vita vi è un dono che Gesù Cristo ha preparato per noi, per la nostra felicità. La sapienza orientale ha tramandato un racconto che ci aiuta a capire questa verità.
Si racconta, infatti, che il potente e ricchissimo re di Bengodi riceveva ogni giorno l’omaggio dei suoi sudditi. Aveva conquistato tutti i regni possibili, aveva ricchezze immense e si annoiava un po’. In mezzo agli altri, puntuale ogni mattina, arrivava anche un silenzioso mendicante che portava al re una mela. Poi, sempre in silenzio, si ritirava. Il re, abituato a ricevere ben altri regali, con un gesto un po’ infastidito, accettava il dono, ma appena il mendicante voltava le spalle cominciava a deriderlo, imitato da tutta la corte. Il mendicante non si scoraggiava. Tornava ogni mattina a consegnare nelle mani del re il suo dono che il re deponeva meccanicamente in una cesta accanto al trono. La cesta, che conteneva tutte le mele portate dal mendicante con gentilezza e pazienza, ormai straripava. Un giorno, la scimmia prediletta del re prese uno di quei frutti e gli diede un morso, poi lo gettò via sputacchiando ai piedi del re. Il sovrano, sorpreso, vide apparire nel cuore della mela una perla iridescente. Fece subito aprire tutti i frutti accumulati nella cesta e trovò all’interno di ogni mela una perla. Meravigliato, il re fece chiamare lo strano mendicante e lo interrogò. «Ti ho portato questi doni, sire – rispose l’uomo – per farti comprendere che la vita ti offre ogni mattina un regalo straordinario, che tu dimentichi e butti via perché sei circondato da troppe ricchezze. Questo regalo è il nuovo giorno che comincia». Ognuno dei nostri giorni è come una perla preziosissima. Ciò che conta è accorgersene e non sprecarlo gettandolo via.
Fr. Lorenzo Raniero, ofm
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